VERSATILITA’, RICICLARE RICICLANDOSI




VERSATILITA’, RICICLARE RICICLANDOSI

Proprio qualche giorno fa, dovendo partecipare in veste di creativa ad una conferenza online per degli studenti degli istituti superiori, riflettevo su quale era il messaggio-chiave che avrei voluto trasmettere di questi tempi a dei ragazzi che affrontavano un trampolino di lancio verso il loro futuro, con non solo l’ansia della scelta che li opprimeva, ma anche quell’incertezza che la situazione economica e sanitaria attuale può donare, unito ad un anno di approcci differenti, di spazi ristretti, di rapporti mancati. Il messaggio é chiaro dentro di me ed é racchiuso nella parola VERSATILITÀ: l’arte che ti permette di variare, plasmarti a seconda di ciò che succede. Credo che questo termine fino ad oggi sia stato una conseguenza reale rispetto a tutti gli stimoli che io abbia seguito nella mia vita. Fin dagli studi universitari di storia dell’arte al Dams, all’Accademia di Arte Drammatica, a tutti i corsi olistici che abbia fatto per accrescere la mia consapevolezza, agli istinti imprenditoriali e naturalmente alla mia carriera creativa. Se dovessi pensare alla metafora del ventaglio, l’impugnatura di questo lo potrei attribuire alla creatività, la mia ispiratrice, luce dei miei meandri oscuri, generosa musa la cui dimora risiede nella mia anima e che dovrei celebrare dedicandole un altare. Ma iniziamo da un petalo del famigerato ventaglio... Durante l’università, per mantenermi gli studi, lavorai per un periodo come cameriera in una vineria di Torino, la cui proprietaria era una donna arcigna e spesso malmostosa i cui unici e pochi sorrisi venivano elargiti nei 5 giorni di ciclo (quelle strane inversioni della vita!). Eppure imparai che ci sono momenti nei quali bisogna abbassare la testa (momenti che ringrazio perché mi hanno anche insegnato ad amare il vino e la sua ritualità), almeno fino a quando non mi trovai tra le mani un pezzo di filo di ferro e dei vetri colorati. Cominciai ad attorcigliare il filo attorno al vetro e ne nacque il primo gioiello di una serie. Timidamente iniziai con un’esposizione in un mercatino di paese dove conclusi la mia giornata con tre volte tanto quanto guadagnavo in una serata di gambe gonfie e dolori ai muscoli per il peso dei piatti. Ma allora si poteva fare? Si può guadagnare seguendo le proprie passioni? Ebbene Sí! Lasciai il lavoro per la libertà che mi poteva donare la creatività. I miei piccoli monili in ferro si evolsero in gioielli con pietre dure e​ metalli battuti; da cui deriva il nome del mio brand RaMaya, da ramaia, colei che lavora il rame, unione tra Ra, il dio del sole, e Maya, il nome che mi scelse, dal Ramayana, poema epico: una parola sanscrita che univa il mio percorso spirituale con la via del design. Ed è proprio nel design che entrai a capofitto con l’impellenza di salvaguardia del mondo che cominciava con i piccoli gesti come il riciclo... Andavo nelle discariche, nei mercatini e prendevo ciò che gli altri vedevano come inutile e gettavano via, mentre io ci vedevo una poesia da leggere a voce alta, un monile che raccontasse una storia, pezzi di vecchiaia che trapelavano di giovinezza. Mi innamorai degli orologi, di ogni parte che li componeva, dei tasti delle macchine da scrivere che smontavo minuziosamente (avete mai provato? si parte dallo svitare accuratamente delle viti che sembrano non finire mai, fino a lanciare contro il muro ciò che ne rimane, sperando di smontarne ulteriori pezzi...la minuziosità degli oggetti di una volta che conduce alla nevrosi), saldavo catene, navette delle macchine da cucire, facevo colli simili a boa di struzzo, con i nastri delle videocassette, collane fatte di chiavi e serrature antiche, microchip con messaggi scritti a mano. E a RaMaya si unì l’appellativo “Recycle art”. In seguito alla mia laurea unii un’altra passione: il teatro. Dal connubio tra arte e teatro nacquero delle performance nei musei fino a quando la mia terribile e preziosa autocritica mise i bastoni tra le ruote e mi spinse a far provini per entrare in un’accademia di arte drammatica per approfondire e perché non cadessi nel fosso della mediocrità. Furono due anni di intenso lavoro dentro di me che però mi condussero alla grande fortuna di lavorare per undici anni al Teatro Trebbo di Milano con Toni Comello e suo figlio Giulio che lo succedette.

Toni: grande maestro, un uomo saldo, enfatico, che decise di non vendersi al commercio, ma di consacrarsi alla poesia in quanto madre e dea protettrice. Lì imparai davvero la versatilità: dal recitare al costruire scenografie, fare il tecnico audio-luci, cucire abiti e cucinare per tutta la compagnia. Potevo cantare, recitare, come usare un seghetto alternativo, un mestolo o un trapano. Un giorno mi misero davanti una macchina da cucire... Mi si aprì un mondo, in tutti i sensi! Perchè un altro petalo del mio ventaglio è rappresentato dai viaggi. La parola “viaggio” mi fa sempre correre un brivido lungo la schiena. Che insegnamenti che ho ricevuto, quale apertura crea il confronto con culture differenti e quale allargamento di orizzonti offre la vista di luoghi meravigliosi sconosciuti. Si imponeva anche il giusto bagaglio per una viaggiatrice come me che amava mangiare dalle bancarelle dei mercati locali, come in un bel ristorante per expat, per chi amava camminare per 1000 km, come volare con un Boeing. Ecco che quella macchina da cucire mi venne a genio per realizzare l’idea dell’Abito trasformabile: un capo e svariate soluzioni per indossarlo, a seconda dell’occasione e del luogo. L’idea era innovativa, ma soprattutto era comodità in persona: un pantalone che diventa un tutone, un vestito, una maglia… Che può desiderare di più una viaggiatrice?​

Iniziai ad avere una venerazione per quel momento in cui sceglievo le stoffe, rigorosamente stoffe di riciclo da vecchie collezioni di grandi marche: volevo la qualità del tessuto e che questo supplisse allo spreco delle rimanenze. Vagavo tra gli scaffali alla ricerca dell’espressione perfetta per il capo che avevo in mente. Scegliere il riciclo vuol dire anche che spesso non sei tu a scegliere le stoffe, ma sono le stoffe a scegliere te; quando le sentivo sussurrare all’orecchio, sentivo al tatto la densità del tessuto quasi come fosse un amante, ne bruciavo un angolino per vederne la composizione e alla fine lo bollavo con il codice di un abito: l’approvazione. In quegli attimi sentivo la pienezza della realizzazione, così con questa sensazione, presi il coraggio di tagliare il cordone ombelicale che mi legava al vecchio sogno del teatro che sentivo non appartenermi più, per mettere tutte le energie nella mia collezione che già aveva preso piede e che mi vedeva presente a molte fiere di design nazionali ed internazionali,fino all’apertura di un negozio a Minorca, nelle isole Baleari.Ma proprio quando pensi di poter spiccare il volo, la vita da grande maestra, ti impartisce nuove lezioni. Un grande lutto cambiò la mia vita riportandomi alla mia città natale, Biella, facendomi sentire la sensazione che divenne per me quasi un’iniziazione sciamanica. Inizialmente scappai a gambe levate, poi decisi di vivermi il lutto rimettendo a posto da sola la casa di famiglia. Volevo usare la creatività come cura, proprio come Pollock con il colore ripeteva i gesti sciamanici per sanarsi.​ Come se tutte le conoscenze acquisite traspirassero spontaneamente dalla mia pelle fino al dono della visione d’insieme: ne nacque “RaMaya, casa d’artista”, il mio b&b (che attualmente si è raddoppiato) una casa eclettica, un luogo di accoglienza, un covo di persone speciali, di viaggiatori, amanti, ognuno con la propria storia da condividere davanti ad un bicchiere di vino in compagnia. Come può cambiare la vita, se imprimiamo una visione differente! Ed era questo che volevo per la mia casa: cominciai con teiere che si trasformavano in lampadari, rastrelli in porta calici, vecchie scatole di biscotti come mensole, cappelli come lampade, sedie appese al muro come appendi abiti: tutto ciò che aveva un senso, ne acquisiva un altro...così questo avveniva dentro di me. Poco dopo l’apertura ripresi in mano la collezione di abiti e partii per Minorca con l’intento di aprire un temporary shop. Perché non lavorare in un posto speciale? Una nuova lingua, una nuova burocrazia, una nuova esperienza con annesse tutte le sue emozioni e le sue paure; tutto questo era racchiuso in 350 kg di pacchi ed una macchina stracolma su quel traghetto che mi faceva da Caronte verso una nuova avventura che arricchì nuovamente il mio bagaglio. La primavera successiva feci per tornare e ripetere l’esperienza, ma la storia la conosciamo tutti bene e sta racchiusa in un microscopico virus. Rimasi bloccata con un biglietto in bilico, una collezione in seta, un nuovo corner a Miami e tutto fu chiuso in uno shaker e scosso per bene, senza che ne venisse un ottimo daiquiri, quanto un cocktail imbevibile. Ciò che ora mi viene alla mente è un pensiero continuo, rindondante: abbiamo tutto a livello materiale ed è come se la società ci imponesse di avere sempre di più, è un meccanismo indotto per mantenere un sistema economico che prima o poi dovrà scoppiare. Tutti noi abbiamo accanto almeno una persona che sta soffrendo per la crisi economica e lo compatiamo, lo accogliamo e pensiamo a quando e se capitasse a noi, cosa faremmo. Attualmente stiamo solo sfiorando ciò che deve prima o poi avvenire ad un mercato saturo, in crisi. Ricordate le proteste avviate da Greta Thunberg insieme a milioni di ragazzi per il clima? E’ cambiato qualcosa da allora? Qualcosa effettivamente sì: è arrivato il Covid, ci ha fatto fermare, ha fermato le industrie, il mercato mondiale...Quanti di noi non hanno pensato di trasferirsi in campagna, di avere un piccolo orto, di ritornare alla terra, al vero contatto-radice? Quanti di noi hanno svuotato l’armadio, rendendosi conto del surplus di abiti che abbiamo? Eppure in un secondo, ritorniamo sempre nello stesso meccanismo. Il fatto è che Greta lamentava una situazione verissima, ma tutelare il pianeta significa la chiusura di fabbriche e quindi di perdite di lavoro: un’economia al collasso. E’ un circolo vizioso difficile da interrompere, almeno fino a quando continueremo a scegliere la pillola blu, anziché la rossa, parafrasando il film Matrix. Non voglio azzardare conclusioni non chiare neppure a me e troppo grandi per una semplice mente artistica, ma propongo una riflessione sulla parola che citavo all’inizio, VERSATILITA’, e mi piacerebbe che dessimo delle soluzioni creative su come potremmo cambiare il nostro approccio alla vita. Quanto ci sentiamo versatili e pronti al cambiamento?

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