ROBOT E SOCIETA’

Aggiornato il: apr 27



L’ultimo importante evento in ordine di tempo è certamente l’arrivo di Perseverance su Marte. Un robot in grado di elaborare informazioni, muoversi, prelevare campioni e addirittura di rispedire i campioni sulla terra. Ma anche l’emergenza Covid-19 ci ha mostrato droni inseguire uomini per verificare l’uso dei dispositivi di protezione individuale o limitare gli assembramenti. E ancora i robot della Boston Dynamics che possono operare in gruppo, i robot utilizzati dagli eserciti o in agricoltura, i veicoli a guida autonoma, i robot negli ospedali per ritirare contenitori o portare vivande, i droni per il soccorso in fase di emergenza sino ai droni per i bambini. L’evoluzione immaginata da Karel Capek in R.U.R. nel 1920 sta prendendo piede in una modalità ancora più invasiva rispetto alla società, in quanto tali strumenti non si limitano ad una sostituzione della forza lavoro umana con la forza lavoro robotica, ormai già intervenuta lungo parecchie catene di produzione, ma prevede una implementazione fortissima anche rispetto a professioni altamente qualificate. Il sistema educativo universale, a valle della rivoluzione industriale, segna quindi un momento di difficoltà, di necessaria riflessione, di rielaborazione della finalità di un sistema educativo. E con esso l’intera società, già attraversata da profonde riflessioni in merito alle modalità di svolgimento del lavoro dovute all’emergenza pandemica mondiale, alla ridistribuzione delle produzioni non più esportabili senza rischi in altre zone del mondo. La globalizzazione avviata dal viaggio di Cristoforo Colombo ha reso il mondo dopo sei secoli un luogo intrecciato di relazioni personali, economiche, politiche, ambientali che ormai non possono essere sciolte. Immaginarsi quindi di trovare una soluzione univoca e certa al tema dei robots, ulteriore strumento nelle mani delle forze economiche, è utopistico come immaginare di poter regolamentare nel dettaglio tali strumenti. Piuttosto ritengo fondamentale analizzare come fornire strumenti alle nuove generazioni per garantire la capacità di gestire questo difficile processo. E’ indubbio che nel mondo anglosassone per decenni si è configurato un sistema educativo incentrato sulla formazione professionale, sulla capacità della scuola di formare tecnicamente i futuri operatori nelle industrie, favorendo quindi una cultura tecnica approfondita e settoriale. Una scelta per creare rapidamente quelle figure richieste dai competitivi sistemi industriali. Un sistema molto pubblicizzato anche a livello internazionale, proprio per la sua indubbia efficacia a rispondere rapidamente a nuove esigenze. Al contrario in Italia si è continuato a sostenere anche la necessità di una formazione aperta, di un sistema educativo capace anche di preparare gli studenti non tanto ad affrontare un tema specifico, risolvere un problema univoco e tecnico, ma di insegnare quindi l’importanza del ragionamento, della riflessione, dell’approccio olistico ad affrontare i problemi e quindi la vita. I risultati di un tale sistema non possono certo dirsi efficaci e concreti per rispondere con certezza ed efficacia ad un percorso definito dalle esigenze delle industrie. Apparentemente il sistema formativo italiano si dovrebbe cambiare, investendo maggiormente sugli istituti tecnici come recentemente indicato anche dal Presidente del Consiglio Draghi. Vi è però da riconoscere un’indubbia contraddizione di una scelta troppo orientata alla tecnica: gli studenti italiani sono sempre richiesti all’estero proprio per la loro capacità di adattarsi, di individuare soluzioni dove gli altri trovano solo problemi. Si deve quindi riflettere: se la preparazione tecnica è necessaria per preparasi al mondo futuro in cui la digitalizzazione e la presenza di robots sarà dominante, non c’è dubbio che questa non sia anche sufficiente. La preparazione umanistica, capace di trasmettere alle nuove generazioni secoli di cultura, rimane parte essenziale nella preparazione ad un mondo pieno di incognite, di sfide che oggi non possiamo nemmeno concepire (riprova ne sia tutto quanto intervenuto nell’ultimo anno). Bisogna tramandare la consuetudine non solo ad avere una conoscenza tecnica o umanistica approfondita, ma la consuetudine a osservare i problemi da più sfaccettature, a ridurre lo stesso a problemi più semplici e quindi a risolvere in modo geniale. Una capacità italiana che certo ci rende meno “sistemici”, che porta le nostre imprese ad avere maggiori difficoltà a competere, ma che spesso porta a risultati ineguagliabili. In questa fase di enorme transizione

diviene quindi ancora più importante cercare di diffondere in tutti gli istituti, anche quelli tecnici, un sistema educativo capace di spiegare come risolvere i problemi, di abituare i nostri ragazzi ad affrontare problemi inaspettati, nuovi, magari pericolosi.

Segni di questa abilità sono emersi anche in piena emergenza Covid-19, con l’abilità di alcuni di individuare soluzioni assemblando elementi medici ad attrezzature da snorkling per garantire cure in un momento drammatico. A dire il vero appare non tanto diverso da quanto accadde durante il volo dell’Apollo 13 dopo la famosa frase “Ah, Houston, we’ve had a problem. We’ve had a Main B Bus Undervolt “. Ecco proprio questa capacità di individuare soluzioni dove nessun robot potrebbe trovarne è il perno intorno a cui costruire la nuova società. Dobbiamo quindi concentrarci sui fattori positivi dell’introduzione di robots nella nostra società: i robot con le loro funzioni possono non solo eliminare i “servi della gleba” (in fine dei conti termine a cui si riferiva Capek) ma sostituire l’uomo in tutte le attività ripetitive o di indagine in cui l’uomo può essere coinvolto. E se anche dovessero sostituirci in attività oggi appannaggio di categorie sociali che riteniamo di primissimo livello, non dovremo spaventarci. Dobbiamo individuare in questo la grande occasione di liberare individui per nuovi campi di sviluppo, per nuovi ambiti di indagine e ricerca che oggi nemmeno possiamo concepire. E questa possibilità di dedicare tempo allo studio, alla ricerca, al pensiero può spingere le nostre società verso direzioni oggi assolutamente imprevedibili stante la numerosità di settori di ricerca che segnano momenti di rottura rispetto alle conoscenze attuali. E’ quindi importante iniziare a disegnare una nuova società sostenibile in cui ai fattori che ampiamente conosciamo e dibattiamo, dovremo aggiungere le potenzialità dei robots negli uffici, nelle abitazioni, sui mezzi pubblici, in funzione di sorveglianza o di assistenza sanitaria. Immaginare l’uso di robot, per esempio, alle attività a rischio di contatto con infetti, alle operazioni di triage che potrebbero facilmente essere svolte da sistemi robotizzati che potrebbero quindi proteggere le strutture ospedaliere nei momenti di emergenza. Immaginare nuove capacità di sorvegliare ampie parti del territorio per proteggere l’ambiente o la fauna (si pensi al drammatico problema della diffusione della plastica a lato delle strade e dei rifiuti nei boschi), per definire quali infrastrutture siano effettivamente efficaci e quali invece vadano ripensate anche rispetto alle nuove modalità di lavoro, nuove modalità che saranno sempre più diffuse proprio in quanto i robot stanno espellendo gli uomini dalle catene produttive verso lavori che richiedono sempre meno compresenza per ottenere il prodotto finito. Ma non solo, come si diceva inizialmente ci possono aiutare a soccorre persone sotto le macerie o a indagare luoghi pericolosi (vedasi quanto accade per esempio a Fukushima con l’impiego di robot per le necessarie indagini) garantendo la possibilità di intervento in zone prime interdette a grandi esperti di settori specifici che possono operare da luoghi sicuri e lontani anche molti chilometri dal luogo di azione. Investimenti sono in crescita in Giappone la cui società invecchia molto rapidamente e vede una rapida diffusione dei robots, detti Paro, come supporto alle persone anziane per evitare la lievitazione dei costi di assistenza per le persone colpite da problemi di demenza senile. Questa transizione non sarà indolore:

si dovranno formare nuovamente milioni di persone che attualmente svolgono lavori senza un futuro, si dovranno trovare forme incentivanti per i docenti delle scuole per prepararli a nuove

modalità didattiche che possano portare a nuove abilità. Saranno anche molto rilevanti le modalità di realizzazione e di diffusione di questi robot, si dovranno fissare norme sui limiti nel loro uso, sulla gestione della privacy, sulla loro modalità di interazione con

l’uomo, sulla loro riciclabilità e abolire l’obsolescenza programmata per consentire di percepirli come investimenti anche all’interno delle famiglie. E’ ancora una sfida verso aree sconosciute in cui sarà importante la capacità delle nuove generazioni di trovare soluzioni ai nuovi emergenti problemi che le nostre generazioni hanno creato, a volte consapevolmente a volte in modo inconsapevole. Su di noi grava quindi la responsabilità di preparare una fase di transizione in modo responsabile e facendo partecipare nelle scelte proprio quelle parti

della società che maggiormente saranno colpite da questa nuova realtà.

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