# pac: perché’ sia finalmente una rivoluzione verde (ed equa)

Aggiornato il: apr 27

Le votazioni del Parlamento Europeo definite una vera ecotruffa, tanto da spingere tutti i movimenti a chiedere alla Commissione Europea di gettare nel cestino la proposta attuale

e ripartire da zero

PAC: un acronimo sconosciuto ai più diventato virale alla fine del mese di ottobre 2020 su tutti i social media. Un’ onda spinta dai movimenti sociali (dalle associazioni “storiche” al mondo dell’agricoltura biologica fino ai giovani di Fridays for Future) che hanno dato voce allo scontento per le votazioni del Parlamento Europeo (e le posizioni del Consiglio dei Ministri EU per l’agricoltura) in merito ai regolamenti per la programmazione futura della Politica Agricola Comune Europea, la PAC, appunto. Posizioni definite dalla nostra Coalizione CambiamoAgricoltura (che riunisce oltre 70 di queste sigle) una vera ecotruffa, tanto da spingere tutti i movimenti a chiedere alla Commissione Europea di gettare nel cestino la proposta attuale e ripartire da zero nella sua formulazione e di non dar vita, quindi, al Trilogo (ossia i negoziati a 3 per la definizione finale dei regolamenti).

Per comprendere le nostre motivazioni occorre fare un passo indietro e guardare ai dati che gli scienziati e la stessa Unione Europea, attraverso studi commissionati e i rapporti periodici della Corte dei conti, hanno raccolto sulle conseguenze dell’agricoltura europea su ambiente e società.

Eccone solo alcuni: 80% dei fondi assorbiti dal solo 20% dei beneficiari, 1/3 degli agricoltori ha abbandonato l’attività nel giro di 10 anni, il 56% degli uccelli delle aree agricole scomparsi negli ultimi 20 anni così come il 30% delle farfalle, 14% dei campioni delle acque di falda inquinate in modo serio, ¼ delle emissioni di gas climalteranti viene dall’agricoltura e questa percentuale è in continuo aumento.

In Europa tutto questo è stato spinto proprio dalla Politica Agricola Comune, prima tra le Politiche Europee, la cui idea era già presente nel trattato di Roma (1957) e nata per incentivare la produzione, tenere bassi i prezzi e spostare manodopera dalle campagne alle industrie in un’Europa post bellica.

Questa politica che premiava con sussidi molti elevati la produzione fece pagare il suo prezzo con squilibri sia in termini economici, che sociali che ambientali, come accumuli di prodotti ritirati dal mercato (andato letteralmente incenerito o svenduto a paesi terzi), instabilità dei mercati e della tenuta finanziaria dell’Europa, scomparse delle piccole aziende e accumulo di terre e dei sussidi nelle mani di una ristretta percentuale di imprenditori.

Dal punto di vista ambientale, nelle campagne europee questo ha portato a due fenomeni estremi, da un lato l’intensificazione delle aree più produttive con l’immissione nel suolo nelle acque e nell’aria di inquinanti, la progressiva perdita di sostanza organica dei suoli e la distruzione degli elementi naturali dell’agroecosistema che caratterizzavano il paesaggio agrario, come siepi, filari, piccole aree umide, e dall’altra l’abbandono delle aree meno produttive, come le aree interne o i pascoli montani, a danno di alcuni habitat naturali peculiari ma anche della stabilità idrogeologica e del tessuto sociale di vaste aree.

Le riforme della PAC succedutesi dalla fine degli anni ‘90 non hanno di fatto portato un significativo miglioramento alle performance della PAC poiché nessuna di queste ha realmente scardinato il sistema alla base di questa politica che vede la maggior parte dei soldi essere un mero sostegno al reddito e non una premialità per chi ha cercato di applicare modelli differenti.

Per questo le associazioni ambientaliste, il mondo dell’agricoltura biologica e agroecologica, e i cittadini speravano che questa riforma portasse finalmente ad una “rivoluzione davvero verde” ed equa, così come da loro chiesto nella consultazione del 2017 indetta dalla Commissione, secondo il principio di soldi pubblici per beni pubblici.

Già le proposte di regolamento presentate dall’allora commissario Hogan il 1° giugno del 2018 non erano parse abbastanza ambiziose, e la speranza fu, quindi, riposta nel nuovo Parlamento, perché introducesse

quegli elementi di coraggio per fare dell’agricoltura il motore del Green Deal (scritto dalla Commissione da loro votata) e non la sua zavorra.

Il risultato? Un’ennesima occasione sprecata, o forse peggio una beffa, poiché gli emendamenti alla proposta usciti dalle decisioni del consiglio (ma qui, purtroppo ce lo si aspettava) e dal voto del Parlamento oltre a non essere davvero “verdi” sono stati dipinti dalle dichiarazioni dei politici come tali.

Verrebbe allora da pensare che chi ha protestato e chiede alla Commissione Europea un atto forte, quello del ritiro della proposta, sia il solito popolo del NO. In realtà questo è il popolo che guarda i dettagli e li studia e non si limita a “fidarsi” delle dichiarazioni. E proprio dallo studio dei dettagli di tutti gli emendamenti che emergono i limiti della futura PAC che ci condurranno al 2027 ad essere lontani dai target al 2030 delle strategie Europee, nonché da quelli sottoscritti con gli accordi di Parigi sul clima. Questo considerato anche che la riforma in discussione sarà effettiva solo nel 2023, per la proroga di 2 anni dell’attuale programmazione.

Qualche esempio? Gli emendamenti che chiedevano l’inserimento dei target degli accordi degli accordi di Parigi e delle Strategie EU Farm to Fork e Biodiversità sono stati bocciati, il 10% delle aree destinate alla natura individuato da tutta la scienza come il minimo indispensabile è stato ridotto a un 5% con la possibilità di includere in esse anche pratiche equivalenti (es. azotofissatrici) già rivelatasi inefficaci. E ancora, il Parlamento Europeo ha sì introdotto una quota minima di budget del 30% riservato al nuovo strumento degli ecoschemi (quota destinata ad interventi per le buone pratiche per clima e ambiente) (il consiglio ha proposto il 20%), ma da un lato si blinda il 60% al sostegno al reddito e dall’altra si concede il finanziamento sotto questo cappello anche a pratiche che non garantiscono effettivi benefici, inoltre si subordinano questi interventi agli obiettivi economici, impedendo di fatto il sostegno a quelle pratiche realmente green.

Nessun emendamento ha scardinato il sistema dei pagamenti ad ettaro, e si è mantenuto il sostegno accoppiato anche per il comparto zootecnico (principale fonte delle emissioni climalteranti). E così si potrebbe proseguire (un’analisi completa di dettaglio è disponibile al sito www.cambiamoagricoltura.it

E allora che fare? In primo luogo cercare di tenere alta l’attenzione su questo tema nei prossimi giorni, mesi e anni, mantenere insomma l’acronimo PAC un fenomeno della rete, così che i decisori politici sentano il peso di questa scelta per il futuro. La Commissione Europea, infatti, dovrà scegliere se rigettare la PAC o cercare di riportare alcuni interventi chiave all’interno dei regolamenti e gli Stati Membri dovranno redigere un Piano Strategico Nazionale (altra novità di questa riforma) che contenga interventi efficaci per raggiungere gli obiettivi a scala nazionale e locale costruito attraverso un percorso realmente partecipato con tutti i portatori di interesse.

Ma tutto questo non sarà sufficiente se anche come “consumatori” non faremo scelte coerenti con le nostre richieste, in una sorta di rivoluzione dal basso che sostenga e faccia da propulsore dei grandi processi politici.

La politica dei piccoli passi non è più compatibile con le sfide di questo millennio, solo un cambio radicale di modello verso l’agroecologia che veda protagonista tutta la filiera, ognuno accogliendo le sue responsabilità, potrà fornire una reale sicurezza alimentare a lungo termine e un futuro sereno alle nuove generazioni.

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