MODA E LUSSO SOSTENIBILI IN TEMPO DI PANDEMIA

MODA & MODA a cura di Giovanni (Ivano Stefano) Pegoraro


Ad un anno dal primo, inaspettato e sconosciuto c.d. “lockdown”, appaiono d’uopo alcune riflessioni. Un termine inglese – quindi avulso dalla cultura e dalla tradizione latina– che viene abilmente pronunciato quasi da chiunque voglia fregiarsi di esprimere un’opinione in merito alla pandemia – altra parola che pensavamo relegata alle lontane epoche che videro pestilenze terribili flagellare genti parimenti lontane dai nostri giorni - . Orbene, già da queste iniziali battute, potremmo avventurarci in lunghissimi dibattiti ed altrettanto prolisse elucubrazioni che preferiamo lasciare, eventualmente, a futuri appuntamenti, proprio perché abbiamo deciso di soffermarci su un argomento che molto ci avvince: la moda ed il concetto di lusso sostenibile in tempo di pandemia. Questo che amiamo qualificare come un tempo “extra ordinem”, quindi “speciale”, ha concesso a molti di prendere dimestichezza con i social network che hanno profuso video dirette a iosa: un nuovo modo di creare comunicazione e tessere reti di relazioni, mantenendo vivi i rapporti interpersonali e professionali da un lato, permettendo di sviluppare dibattiti e approfondimenti dall’altro. Fra le tante tematiche trattate, senza dubbio quelle concernenti il mondo, il comparto, il settore della moda hanno captato un tempo importante ed un nutrito numero di follower, tant’è che, forse per la prima volta, si sono affrontati argomenti che sino ad allora proprio la mancanza di tempo aveva relegato ad angoli remoti. Ecco, dunque, che sono venuti alla ribalta, con preponderanza, temi come SOSTENIBILITA’, ECO-COMPATIBILITA’, RIPARABILITA’, RIUTILIZZO, NUOVA VITA e così via. Ci permettiamo di evidenziare che non si trattava di novità assolute, quanto piuttosto di una nuova modalità di vedere ed affrontare questioni sino ad allora sì conosciute, ma considerate non di primaria e capitale importanza. Insomma, di lane riciclate o tessuti rigenerati, piuttosto che di fibre derivate dal recupero di materiali di scarto di lavorazione o provenienti dalla raccolta differenziata ancorché di rifiuti rilasciati dalla mano dell’uomo ad inquinare le terre, le acque, i cieli, tutti avevamo sentito parlare; ma mai come in quest’ultimo anno abbiamo avuto modo di avvicinarci a questi concetti partendo da una differente condizione personale rimodellata, ma anche ripulita, risanata dalla pandemia in atto, che nessuno ha risparmiato. Quale, verrebbe da chiedersi, il modo di interpretare la moda e il suo lusso in tempo di Covid-19? E siamo sicuri che tutti abbiamo sentito la necessità o abbiamo accolto il grido di Madre Natura che ci invitava e continua ad invitarci al cambiamento? Siamo convinti che più nulla sarà esattamente come prima o, in fondo, prediligiamo rassicurare il nostro Io, raccontandoci che prima o poi ritorneremo a tutte le presunte sane vecchie abitudini? Meglio fare la fatica di porsi dei quesiti e ricercare le risposte o, invece, molto più comodo accettare tutto passivamente ed appropriarci senza senso critico di quanto ci viene propinato? Non potendoci ulteriormente dilungare su punti che meriterebbero non poche lezioni accademiche di sociologia, basti evidenziare che, verosimilmente, non saranno molte le persone che avranno la sensibilità e la voglia di auto-analizzare le proprie attitudini per comprendere come “aggiustarle” nella nuova epoca. Se le considerazioni suddette venivano scritte prima della Milan Fashion Week di febbraio, ora non ci si dovrebbe accontentare della conferma da parte di qualche imprenditore famoso del comparto moda ascoltata in diretta streaming, ma ci si dovrebbe impegnare nel riaffermare con determinazione ferrea quanto aulicamente proclamato, magari non credendoci fino in fondo, solo perché utile sotto il profilo della comunicazione e del marketing. Fatto bene, con utilizzo di materie prime naturali, quindi semplici e nobili al contempo, senza sfruttare la manodopera, anzi valorizzandola perche’ indispensabile, magari riducendo il numero di ore lavorative giornaliere e recuperando il know-how artigianale dell’hand made o made by hand, il tutto nell’ottica di un ricongiungimento armonioso con la natura. Se prendessimo come conditiosine qua non questa sorta di paradigma, dovremmo compiere uno sforzo ineguagliabile ogniqualvolta ci si trovasse di fronte alla scelta del punto vendita e, conseguentemente, del singolo prodotto da acquistare. Ebbene sì, perché i vari livelli da superare, prima di giungere alla fase finale della concretizzazione dell’acquisto, sarebbero tutti tranne pochi e semplici. Innanzitutto, sgombro il campo da falsi teoremi secondo cui il livello di prezzo sarebbe indice di “made in” o “made out”, piuttosto che di fatto bene o fatto meno bene, se non addirittura raffazzonato o fatto male, dovremmo in primis compiere una macro selezione fra i punti vendita partendo da un dato di fatto: tutto ciò che è mass market non può che proporre beni di consumo (nel caso in specie, abbigliamento, calzature, borse, accessori, ecc.) che, proprio per la loro caratteristica di essere accessibili a tutti o quasi, quindi a prezzi di mercato contenuti o molto contenuti, non possono che essere stati prodotti sfruttando manodopera a bassissimo costo che lavora materiali di scarsissima qualità, quando nientemeno che tossici e nocivi alla salute – sia per chi li maneggia, sia per chi, successivamente, li indossa o utilizza -. Pertanto, evitare la cosiddetta “fast fashion”, che propone imitazioni di capi bestseller di marchi “in” o molto ambiti in quel preciso momento a valori commerciali extra competitivi, non può che rappresentare una scelta di autentico valore etico. In secondo luogo, anche quando la scelta ricadesse su un punto vendita ritenuto valido, non farsi ingannare dai brand e marchi proposti tout court, ma andare oltre la label del capo di vestiario o accessorio e verificare quanto riportato nelle etichette interne, per quanto nemmeno questo passaggio possa garantirci in assoluto, dato che potrebbe tranquillamente capitarci di venire attratti da un prodotto le cui fasi di lavorazione siano avvenute quasi tutte in nazioni ove lo sfruttamento del lavoro è consentito e, perciò, risulta assai vantaggioso per l’azienda produttrice, tranne qualcuna o una sola nel nostro Paese – ad esempio, la fase di assemblaggio o di stiro e l’ultima di confezionamento ed imballaggio - il che consente di attaccare l’etichetta “made in Italy”. Inciso: qui si aprirebbe un dibattito importante, quale risultato del dubbio amletico, se sia da preferire un qualcosa totalmente prodotto in Italia – c.d.

“made in” – in aziende o laboratori di stranieri magari sottopagati e tenuti in scantinati o ambienti malsani a lavorare a ritmi serrati al limite del disumano, senza, comunque, la garanzia di standard qualitativi all’altezza di un vero made in Italy, oppure un qualcosa prodotto all’estero, sia nell’ambito della Comunità Europea che extraeuropeo, ma con il knowhow esportato e vigilato da esperti manager di produzione, avvalendosi di tecnologie e macchinari di altissima performance e, perché no, rispettando un po’ di più i diritti umani in genere, dei lavoratori nello specifico. Tuttavia, a questo argomento complicato e complesso si farà ricorso in un futuro, quando verrà discusso il tema dell’etica lavorativa nell’ottica costi-benefici. In questo momento, sia sufficiente tenere a mente che, se da un canto nessuno regala niente, dall’altro l’affare raramente esiste per il consumatore medio; quindi, massima attenzione agli abbagli! Bene, operata una distinzione fra i vari negozi, boutiques e department stores, nonché fra le griffes e le case proposte e, poi, una volta individuati quelli più in linea con il rispetto di tutta una serie di regole e principi, fra i capi prodotti in certe nazioni ove, teoricamente, vi dovrebbe essere una maggior tutela legislativa a salvaguardia della vita umana e i capi prodotti in condizioni differenti, risulterebbe, inoltre, coerente, con il processo avvenuto, operare un’ultima verifica: la materia prima e la qualità. Sapere se la materia prima – il filato, il tessuto, il pellame, ecc. – proviene da un processo produttivo sostenibile (ad esempio, dalla catena alimentare da un’operazione delicata e non dolorosa per gli animali, dal recupero di materiali di scarto o di riciclaggio, da elementi del mondo vegetale o di altre forme vitali che si rigenerano, tanto per enucleare alcuni esempi) e garantisce al prodotto finito standard qualitativi di benessere fisico e psicologico per il possessore, costituisce, inconfutabilmente, l’ultimo passaggio necessario per classificare l’acquisto un “buon” acquisto, per sé stessi in armonia con l’umanità, l’ambiente, l’universo. In fondo, non è altro che quell’atteggiamento corretto che potrebbe riappacificare la frenetica corsa all’acquisto, guidata da compulsivi desideri di possesso che implementano la corrispondente sovrapproduzione mondiale, con il grido di Madre Natura che ci rammenta il limite quantitativo delle risorse che Essa ci dà; risorse che molto spesso la mano dell’uomo disperde, dissipa e distrugge a causa della smania del soddisfacimento dei suoi egoistici appetiti del tutto e subito, e tutto questo in quella logica perversa che si sa aver generato la tanto declamata “fast fashion” appunto. Ecco perché, soprattutto in tempo di pandemia, si dovrebbe molto riflettere prima di comperare, usare, abusare e gettare. Al di là di riflessioni meramente estetiche del tipo “meglio un capo bello e di valore, in luogo di molti carini e di mediocre qualità”, “preferibile pochi pezzi importanti e ben abbinati che parecchi, di dubbia sostanza e pure discutibilmente legati”, sembrerebbe proprio il caso di compiere un analogo ragionamento traslato nel mondo del reale vivere quotidiano: perché continuare a sprecare risorse importanti e molto spesso presenti in esigua quantità, unicamente per appagare capricciose bramosie d’acquisto? Perché non investire nell’informazione del consumatore e nell’educazione dell’acquirente (che poi coinciderebbe), affinché divenga consapevole dei danni che provoca un’azione apparentemente innocua come quella del comperare un cappotto in fibra sintetica ad un prezzo bassissimo al limite dell’imbarazzo, ovvero una pelliccia costosissima per il cui confezionamento si condanna a trucida morte un animale esotico in via d’estinzione? Perché non insegnare il buon gusto, l’eleganza, lo chic, lo charme che, diversi tra loro ma possibili di convivenza, si potrebbero imparare e raggiungere, anche con l’arte del recupero, della cura, della riqualificazione di tanti oggetti presenti nei copiosi guardaroba e nelle cabine armadio voluminose, reinterpretandoli in chiave contemporanea ed aggiornata secondo le tendenze del momento per i più fashion victim, piuttosto che in chiave maggiormente di stile per i più rigorosi? Insomma, dopo un anno che sarebbe preferibile ricordare come straordinario per il carattere di irripetibilità che si auspicherebbe attribuire al Covid-19, sarebbe molto importante aver compiuto dei passi evolutivi in modo che divenissero altrettanto irripetibili tutta una serie di comportamenti non proprio coerenti né con la salvaguardia dell’ambiente che continua a invocare aiuto, né con i canoni del buon vivere, vivere bene e vivere nel bello. Non facciamoci sempre cogliere impreparati, ma cominciamo a divenire gli insegnanti di noi stessi: la moda propone di tutto, ma non tutto è di moda nel modo più sostenibile e, verrebbe da aggiungere, nel modo più elegante e lussuoso nel vero senso dei termini.

2 visualizzazioni0 commenti

Post recenti

Mostra tutti