L'EVOLUZIONE DEL COSTUME DA BAGNO




Terminata la nostra permanenza all’interno del piano degli accessori ed, in particolare, nella stanza dedicata agli scialli, desideriamo dirigerci verso l’ala del Castello della Moda deputata all’abbigliamento da spiaggia, noto come “Beachwear”. Ebbene sì, siamo nel periodo dell’anno più caldo, perlomeno nell’emisfero boreale, durante il quale siamo soliti avvicinarci al mare, alle zone balneari in genere e, chi più chi meno, concederci ai raggi solari che ci regaleranno un cambio di colore dell’epidermide. Per noi è assolutamente normale lasciare a casa gli abiti da città, da lavoro, gli abiti - formali o informali, eleganti o casual – che abitualmente indossiamo nella vita quotidiana, per infilare ciò che definiamo “abbigliamento da bagno”, ma trattasi di una conquista per nulla semplice, bensì del risultato di un lungo percorso evolutivo della mentalità, del sentire comune, della sensibilità, del modus vivendi e del gusto estetico che mutarono parimenti ai cambiamenti epocali e generazionali. Aprendo i cassetti possiamo rinvenire slip, boxer e parigamba per l’uomo; costumi interi, bikini, trikini, burkini e tankini per la donna: termini che risuonano quasi strani in tempi in cui “unisex”, “genderfluid”, ”inclusione”, “agender” sempre più identificano capsule se non intere collezioni d’abbigliamento, conferendo pure alla moda il beneplacido di mischiare generi e stili senza timore alcuno di critiche in altri tempi imprescindibilmente assicurate. Se, poi, apriamo qualche altra anta d’armadio, ci vengono al cospetto copricostumi e parei, kaftani e camicion kimoni e vestaglie, short, pantaloncini, bermuda, pinocchietti e pantaloni capresi, pantaloni ampi e casacche e … largo alla fantasia di sarti e stilisti, designer e direttori artistici, ma anche alle logiche di mercato ed ai calcoli di marketing di manager, un mondo di accessori liberamente interpretati in un gioco di total look, tutti contraddistinti da un unico comune denominatore: essere pensati, quindi, ideati e creati, per quei momenti della vita al mare, al lago, al fiume, a bordo

piscina o, comunque sia, per quelle circostanze in cui ci si concede all’acqua, al sole, alla tintarella, tanto per motivi agonistici o sportivi, quanto per puro piacere personale, relax e ristoro, vacanza e divertimento. Insomma, il comparto moda che gira attorno a questo settore è tutt’altro che marginale o secondario e trova la sua ragione d’essere in un business molto e molto più importante di quanto si possa immaginare. Tuttavia, non è nostro interesse affatto affrontare questa tematica dal punto di vista economico-finanziario, quanto, invece, andare alla ricerca delle origini dei costumi da bagno e tentare di ripercorrere l’evoluzione degli stessi con logica e completezza.

Le prime tracce di una sorta di bikini o, meglio, di ciò che noi siamo soliti definire con questo termine, si possono rinvenire presso la Villa Romana del Casale di Piazza Armerina, in Sicilia, del III sec. d.C. Nello specifico, in un mosaico sono raffigurate delle fanciulle romane mentre giocano a palla con addosso solo due pezzi, anche se, verosimilmente, la parte superiore si potrebbe defi

nire una semplice fascia o benda, mentre quella inferiore una sorta di drappo avvolto ed incrociato a formare uno slip alto. Quale ne fosse lo scopo – senz’altro collegabile a ciò che stavano facendo, al modo ed al luogo in cui lo facevano, ma pur sempre distante da quanto si potrebbe oggi immaginare – sta di fatto che sorprende non poco constatare come i Romani – per non parlare dei Greci – fossero di mentalità molto più aperta in fatto di possibilità di scoprire e mostrare il corpo.

Basti pensare che ancora nei primi anni del secolo scorso e sino agli anni ’30, le donne mostravano pochissimo sulla spiaggia ed i costumi erano molto coprenti. Infatti, per tutta l’antichità, la pratica di immergersi nelle acque marine era veramente poco diffusa e veniva in qualche modo sostituita da quella delle abluzioni alle terme o alle stufe; da non scordare, poi, che la moda dell’abbronzatura è figlia solo del dopoguerra, essendo la pelle bianca, non contaminata dai raggi del sole, simbolo di appartenenza alle classi sociali superiori, a dispetto delle carnagioni scure quali marchi di fabbrica, quasi un logo identificativo, propri delle classi inferiori e meno abbienti, dedite ai lavori manuali all’aria aperta ed, in particolare, ai lavori nei campi. L’abbronzatura da muratore diventa moda In questa differenziazione sociale mantenuta per secoli e secoli, trova fondamento la locuzione sangue blu; è tipico delle carnagioni chiarissime e delle pelli molto sottili far trasparire il color bluastro del sangue arterioso, diversamente mascherato dalle carnagioni spesse olivastre ed, ancor più, da quelle marroni delle persone colpite e raggiunte dai raggi solari. Dunque, sangue blu – sangue nobile andava a braccetto con carnagione diafana, pelle di porcellana, bianco latte, colore della luna: tutti sinonimi di bellezza e nobiltà, appunto, associate alle donne aristocratiche – dell’alta società – che vivevano in sontuose dimore al riparo dagli agenti atmosferici e che, ogniqualvolta uscivano all’aria aperta, come accessorio indispensabile portavano un ombrellino che le proteggeva dal sole. L’abbronzatura, pertanto, divenuta un vero trend solo alla fine del XX secolo, era, contrariamente, sinonimo di povertà dal momento che erano abbronzate solo le donne costrette al duro lavoro agricolo o, comunque, agreste, da mane a sera, senza alcuna protezione. Ovviamente, lo stesso valeva per gli uomini: nobiluomini con carnagioni chiare su cui spiccavano basettoni e baffi, superbi pizzi e barbe curatissime, a dispetto di contadini e braccianti che potevano ostentare solo barbe incolte su volti divorati dai raggi ultravioletti, in un pendant di incarnato brunito con quelle parti del corpo esposte, in contrapposizione alle altre riparate, sfoggiando quella che ai giorni nostri chiamiamo “abbronzatura da muratore”. Senza dilungarsi oltre in discorsi che allieteranno altre disquisizioni di costume, moda, società, basti sottolineare come le trasformazioni sotto tutti i punti di vista avvenute nella seconda metà del ‘900 siano state così copiose, repentine e veloci come mai prima in secoli e secoli. Ecco perché, ritornando al tema, per moltissimo tempo il costume da bagno o, più in generale, l’abbigliamento da acqua, non aveva conosciuto neppure la ragion d’esistere, mancando i presupposti anche solo per immaginarlo. Ritornando alla storia, Medioevo e Rinascimento non annoverano mutamenti degni di nota, dal momento che era consuetudine immettersi in acqua senza vestiti, ignudi e non vi sono tracce di mise da bagno particolari, ad eccezione di qualche immagine che testimonia l’esistenza di corpetti con spalline abbinati a gonne, talvolta accostati a copricapi quali turbanti, per il genere femminile. Ritornando alla storia, Medioevo e Rinascimento non annoverano mutamenti degni di nota, dal momento che era consuetudine immettersi in acqua senza vestiti, ignudi e non vi sono tracce di mise da bagno particolari, ad eccezione di qualche immagine che testimonia l’esistenza di corpetti con spalline abbinati a gonne, talvolta accostati a copricapi quali turbanti, per il genere femminile.

Vestali e palandrane: già moda unisex

Molto spesso, non diremmo erroneamente, ma senz’altro superficialmente ed in maniera poco attenta, si è portati a ritenere che le contaminazioni fra maschile e femminile siano figlie in qualche modo dei tempi moderni. L’esempio citato nell’articolo dimostra che non vi è nulla di più errato: il senso del pudore per secoli ha tenuto prigioniere le donne, impedendo loro di togliersi mise molto eleganti e sofisticate, quanto ingombranti e pesanti, per indossare pseudo costumi da bagno, in verità quasi palandrane realizzate con “coprentissimi” tessuti più adatti ad uniformi maschili. Questo senso del pudore, appunto, non ricordava che in epoche molto più antiche le vestali erano coperte da drappi molto meno mortificanti e che nel Settecento le importanti scollature, adornate di pizzi e merletti, lasciavano molto più che intravedere prosperosi seni, spinti sin sotto la gola da corsetti e busti molto più sexy dei costumi da bagno delle successive decadi di

rigore austero ed eccessivo perbenismo borghese. Ma non avventuriamoci oltre, ritorniamo al percorso principale. Bisogna arrivare alla metà del XVIII secolo perché a Parigi si diffonda la moda dei bagni, intesi come il tuffarsi nelle acque lacustri, fluviali o marine e comprendere gli effetti benefici per il corpo derivanti dalle proprietà stesse dell’acqua. Ecco,allora, che iniziano le mode delle località più gettonate, per l’epoca beninteso, quali quelle della Normandia o delle coste mediterranee che parimenti sollecitano la creazione di un abito ad hoc: corpetto e calzoni realizzati con una spessa tela da marinaio, quindi un tessuto preso a prestito dal guardaroba maschile, ma declinato al femminile, tanto che spesso un’ampia gonna sovrasta l’outfit, come diremmo al giorno d’oggi, confondendo ogni forma anatomica con l’immenso gonfiore generato dal contatto con l’acqua. Le cose cominciano a mutare nel XIX secolo quando le donne si spingono oltre il bagno ed arrivano all’immersione vera e propria nell’acqua del mare, ma con calma, ancora molto vestite: se ampi mantelli chiusi fino al collo le proteggono da sguardi indiscreti, mentre si trovano in acqua, subito dopo veri e propri vestiti da città, per quanto sottili e declinati in tenui tonalità pastello completati, perfezionati da guanti e parasole in abbinamento, le difendono dalle aggressioni solari impedendone l’abbronzatura, tanto temuta quanto osteggiata. Passo dopo passo, anche in acqua, si giunge alla fine del secolo che vede un ridimensionamento delle lunghezze degli abiti e delle ampiezze delle gonne delle sopravvesti, per quanto permanga ancora l’uso di materiali pesanti quali le flanelle. Inizia l’arte di arricchire i completi, abitualmente dal collo rettangolare, con decori marinari e la moda, c.d. marinara, delle magliette a righe bianche e blu; anche le calzature cambiano, comparendo la variante con trafori che permettono una certa traspirazione e lunghe stringhe che avvolgono le caviglie. Per finire, i cappelli lasciano il posto a bellissimi foulard. Bisogna, invece, attendere il XX secolo perché si consolidi l’abitudine di trascorrere dei periodi, più o meno lunghi, al mare e, così, nascono le tanto decantate località balneari come Rimini, Viareggio ed il Lido di Venezia, per quanto riguarda l’Italia, che invitano le signore turiste ad adottare un abbigliamento consono: compaiono le prime camicie da bagno in nuance delicate e soft, i primi abiti più corti ed i primi costumi interi, quantunque non venga meno la regola di realizzarli in lana per prevenire che aderiscano troppo al corpo ed evitare le trasparenze una volta bagnate. Insomma, il principio è sempre il medesimo: scongiurare visioni ritenute sconvenienti perché contrarie alla morale vigente ed al sentire comune, perlomeno quando si tratta di persone di sesso femminile! Ad ogni buon sentire, i decenni del ‘900 sembrerebbero essere anche quelli che, in fatto di moda e costume, hanno assistito al maggior numero di cambiamenti, un po’ come se moltissimo si fosse concentrato tutto in un secolo caratterizzato, in Europa, da due importanti eventi drammatici che avrebbero segnato in maniera indelebile il corso della Storia: le due guerre mondiali. Ad essere, quindi, maggiormente attenti all’evoluzione delle tendenze in fatto di beachwear, appare d’uopo evidenziare decennio per decennio. Gli anni ’10 assistono all’affermazione delle località termali quali Fiuggi, Montecatini e Salsomaggiore in Italia, piuttosto che Aix-Le-Bains in Francia, in contrapposizione alle citate mete marine; sono gli anni della comparsa del lino bianco, finemente abbellito da ricami e merletti, in abbinamento a cappelli abbondantemente adornati ed al parasole bianco che mai deve mancare. Sono gli anni dello stile “Belle Epoque”. In campo agonistico, le prime cuffie sportive come quelle dei nostri tempi, fanno il loro ingresso ed un nuovo tessuto, la maglia, viene utilizzata per la realizzazione dei costumi. Successivamente, si assiste ad un progressivo venir meno delle rigide regole: corte gonnelline in taffetas con la cintura sui fianchi, atletici costumi da nuoto in jersey di lana non più ampi e mascolini, ma aderenti ed in armonia con la silouette – perciò smanicati – per quanto ancora accostati a pantaloncini corti a metà coscia ovvero a coulottes. I grandi e sontuosi copricapo lasciano il posto a cappellini in piquet bianco o a cuffie da bagno, come già detto. La decade dopo il primo conflitto mondiale vede costumi in taffetas o in seta a tinte chiare, abbinati a giacca e borsa, oggigiorno si direbbe “fuori acqua”, in spugna a motivi marinari, ma registra pure la comparsa di un primo vero e proprio accessorio modamare, la famosa “cintura Valaguzza”. Formata da una cintura in lana con una fibbia pensata per custodire specchietto e trousse da trucco piuttosto che sigarette, viene annoverata proprio come un must have dell’epoca. Sono sempre figlie degli anni ’30 le concezioni naturiste secondo le quali esporsi ai raggi solari “farebbe bene”, non nei termini odierni anche dal punto di vista estetico, ma limitatamente ai benefici per il fisico (per le ossa, i polmoni, le difese immunitarie in genere) ed è proprio in questo nuovo contesto che i costumi da bagno iniziano una nuova fase di ulteriore riduzione Dunque, da un lato minor impiego di tessuto, dall’altro scollature più ampie sulla schiena; non solo, ma è documentato che dal 1932 compaiono i primi costumi due pezzi con la proposta di dividere corpetto e shorts, ovvero separare la parte superiore da quella inferiore, per quanto la storia della moda ci ricordi che è con Mademoiselle Cocò Chanel che vengono sdoganati abiti più corti nelle spiagge della Normandia, con proposte singolari di pantaloncini staccati dalla parte superiore del vestito. Il risultato è sorprendente: veri e propri costumi due pezzi - per quanto si debbano ancora attendere alcuni anni prima di vedere i bikini esattamente come li si intendano oggi giorno! - realizzati con materiali innovativi, quali sete elasticizzate o lastex, che aderiscono perfettamente al corpo. Ormai, l’abitudine a castigare e nascondere le fattezze femminili sembra definitivamente superata ed in qualche modo sostituita dall’arte di coprirsi abbigliandosi con parei e vestagliette a stampa floreale, sopra questi nuovi costumi da bagno. Su questa scia, proprio in antitesi allo stile austero prevalente durante gli anni della seconda guerra mondiale ed un anno prima che Monsieur Christian Dior sconvolgesse i canoni della moda in voga sino ad allora con il famoso e quanto mai sempre attuale New Look, un altro personaggio francese, Louis Reard, a Parigi nel 1946 inventa quello che si definisce “bikini moderno”. Ufficialmente il 5 luglio di quell’anno, una spogliarellista sfila nella celebre capitale d’Oltralpe a bordo piscina, coprendo le parti intime con soli tre triangoli, a stampa quotidiano, di risicati 30 pollici. Troppo avvincente e piccante per allora la storia del bikini per soffermarsi in questa sede, basti rammentare che questo innovativo capo d’abbigliamento deve attendere tempi migliori per essere accettato dalle donne e sfoggiato con disinvoltura, senza venire additate e punite per oltraggio al pudore. Ritenuto ancora troppo audace e succinto dalla maggioranza delle stesse ed acerrimamente combattuto dal Vaticano che lo addita quale “peccaminoso”, viene ufficialmente interdetto dalle cattolicissime Spagna, Portogallo, Italia, Belgio ed Australia, nonché dichiarato fuorilegge in numerosi Stati d’America fino al 1959. Un cambio di rotta avviene quando celebri attrici del calibro di Rita Hayworth, Brigitte Bardot, Marisa Allasio, Ursula Andress e Lucia Bosè sdoganano definitivamente ed irreversibilmente il famoso bikini tanto contestato ed osteggiato, quanto agognato e desiderato al contempo. Attenzione, non va tralasciato mai il costume intero; sinonimo di classe ed eleganza a qualsiasi età, giunto indenne ai giorni nostri, più o meno sgambato, coprente, fasciante o scollato, con o senza spalline, da pin-up fashion victim convinta o da signora charmant di buona famiglia, verso la fine degli anni ’50 si ritrova confezionato mediante l’utilizzo di una fibra molto performante: la Lycra offre la straordinaria possibilità di coprire il corpo contestualmente all’indiscusso vantaggio di asciugarsi in fretta. Come si evince, innovazione, invenzione e progresso procedono di pari passo; un po’ come bikini e trikini che si riducono da un lato, interi con coppe rigide che man mano si svuotano, dall’altro, vengono costantemente accompagnati da nuove creazioni, analogamente copricostume in spugna, mussola o tela di cotone, declinati nelle iconiche fantasie psichedeliche degli anni ’60, lasciano il posto ai fratelli del decennio successivo che vedono vibranti disegni astratti lucidi e lucenti stampati su nuovi tessuti sintetici che danno vita a pantaloni a zampa a vita bassa, a kaftani coordinati a turbanti sempre nelle inconfondibili fantasie geometriche dagli accostamenti arditi e mai scontati, frutto di quella rivoluzione sessuale cha regala al gentil mondo reggiseni formati da triangolini sempre più ridotti e mini tanga, diametralmente agli antipodi rispetto alle alte mutande stilose o coulottes bon ton che ben si intonavano ai reggipetti generosi e romantici del decennio precedente. E così arriviamo agli anni’80 con nuove interpretazioni in chiave fluo e neopsichedelica di un beachwear a vita alta o altissima, ma, soprattutto, sgambatissimo per garantire l’effetto ottico di gambe lunghissime. E, poi, gli anni ’90 che sembrerebbero quasi in controtendenza: colori più soft e meno urlati, diremmo “basic” come il nude o beige, il bianco ed il nero, permettono linee più semplici e meno provocanti ed accolgono una new entry. Il famoso “tankini” sfila col plauso del pubblico e sugella una sorta di ritorno al buon gusto meno ostentato e più discreto. Trattasi, infatti, di un due pezzi costituito da uno slip meno sgambato del precedente e da una canottierina minimal chic: il risultato è senza dubbio piu casto e raffinato d’un canto, più versatile ed inclusivo dall’altro, trattandosi, infatti, di una sorta di connubio fra costume intero e bikini. Con l’arrivo del nuovo Millennio, contestualmente all’affermazione dello street style, del mix&match, della contaminazione di generi e stili in un concetto molto più ampio ed inclusivo per cui, in un certo senso, tutto e niente va sempre e comunque di moda, non essendoci più una scuola di pensiero di stilisti e designers che impongano uno stile, quanto piuttosto un proliferare sempre continuato e continuativo di tentativi di innovare ed inventare, proporre e suggerire, con o senza seguito e successo, in questo clima che tenta di accogliere anziché escludere, il costume da bagno -sicuramente quello maschile, ma pure quello femminile cui si è dedicata la maggior attenzione per i soliti motivi legati al mondo della moda, del costume, della bellezza in generale -, deve rispondere ai requisiti di praticità e comfort, divenendo molto più sportivo e con meno ricami, fronzoli ed orpelli, per quanto permangano blasonate aziende che, irremovibili e fedelissime alla propria missione, continuano in maniera indefessa ed irrefrenabile a proporre il beachwear secondo i codici che hanno sposato. Ecco perché non si smetterà mai di ribadire che, per quanto ci si sforzi di ricondurre a paradigmi e schemi, a regole e tendenze, oramai ci si debba rassegnare al fatto che in commercio, alla fine ed oltre ogni buon ragionamento, si possa trovare di tutto, sia per l’uomo che per la donna o, più in generale, inteso come “massima offerta a qualunque prezzo”: che si tratti di capi che strizzano l’occhio a idee avant-garde, ossia che si tratti di apparenti proposte innovative che, in fondo, sono semplicemente reinterpretazioni di passati costumi da bagno rinvenuti in uno dei bauli della nonna. Dunque, auspicando per tutti un sereno periodo vacanziero, si augura a ciascuno “buon costume”.

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