L’AVVENTUROSA STORIADEL MOVIMENTO BIOLOGICO



L’avventurosa storia del biologico si conclude con questa ultima puntata. Nel corso di questi quattro anni (la prima puntata è stata pubblicata su Ecoideare nel marzo del 2017!) ho ricostruito i principali avvenimenti e presentato le figure più significative che hanno contribuito allo sviluppo della storia movimento del biologico. Possiamo considerare il 1924 come la data di avvio di questo “movimento”. Il 1924 è infatti l’anno in cui in cui la coppia di genetisti inglesi Albert Howard e Gabrielle Matthaei fondarono a Indore in India l’Institute of Plant Industry, dove verrà sviluppato il metodo di compostaggio, denominato appunto “Indore”, che sta a fondamento dell’Organic agriculture. Il 1924 è anche l’anno in cui il pensatore ed esoterista austriaco Rudolf Steiner tenne a Koberwitz in Polonia il suo corso di agricoltura che costituisce l’atto di nascita dell’”agricoltura biodinamica”. Lungi dall’essere la “moda” del momento, il biologico è un movimento sociale che ha quasi 100 anni di storia (ricordiamoci di festeggiare nel 2024!). Nel corso di questo secolo il movimento del biologico ha interagito e si è rapportato con le diverse problematiche emergenti, i travolgenti sviluppi scientifici e tecnologici e con i più disparati contesti culturali, politici ed economici che hanno caratterizzato il Novecento e l’inizio del nuovo Millennio: da qui l’uso dell’aggettivo “avventurosa” per qualificare la sua storia. L’Ecologia è senza dubbio la matrice scientifica e culturale che ha influenzato maggiormente e in maniera continuativa il movimento del biologico, nonostante le diverse metamorfosi che questo ha subito nel corso del suo sviluppo storico. Se l’ecologia, intesa come la scienza delle relazioni tra gli organismi viventi e l’ambiente, è la base scientifica dell’agricoltura biologica, e più in generale dell’agro-ecologia, l’ecologismo, inteso come movimento nato come reazione ai danni ambientali e alle diseguaglianze sociali del modello di sviluppo industriale, ha profondamente influenzato e orientato la storia del biologico.

L’emergenza dell’erosione del suolo causata dall’attività agricola, che si manifestò negli anni ’30 in tutta la sua epica drammaticità con la catastrofe del Dust Bowl e l’epopea degli Okies, fu determinante per l’avvio del movimento per l’agricoltura biologica che portò alla nascita di Soil Association in Inghilterra nel 1946. L’inquinamento da pesticidi, di cui si acquisì consapevolezza grazie alla pubblicazione nel 1962 del libro “Primavera Silenziosa” di Rachel Carson, rilanciò l’interesse per l’agricoltura biologica nel contesto più generale della Primavera dell’Ecologia della fine degli anni Sessanta e l’inizio degli anni Settanta. L’esplosione nella centrale nucleare di Chernobyl del 1986, che generò una nube che depositò sostanze radioattive sui terreni di mezza Europa, scosse profondamente le certezze dell’opinione pubblica circa la sicurezza di certe tecnologie e mise in evidenza a livello collettivo il rapporto tra cibo e salute. Nella tensione verso la ricerca di nuovi stili di vita più ecologici che seguì la catastrofe, l’interesse per

il cibo biologico subì un fortissimo impulso che contribuì in maniera decisiva alla nascita di un mercato europeo del biologico negli anni Ottanta. Lo scandalo di “mucca pazza” in Europa e le proteste che seguirono al lancio dei primi OGM della seconda metà degli anni Novanta diedero un ulteriore impulso al movimento del biologico facendo uscire il settore dalla nicchia e lanciando il prodotto biologico certificato anche all’interno delle strategie commerciali delle grandi catene di supermercati in tutti i paesi occidentali. Durante il periodo delle crisi alimentari del 2008, le rinnovate preoccupazioni ecologiche ed economiche circa il raggiungimento del picco della produzione petrolifera, la consapevolezza della sempre maggiore dipendenza dal petrolio del sistema agroalimentare, la forte variabilità dei prezzi del petrolio e quindi dei generi alimentari, riposizionarono l’agricoltura biologica al centro del dibattito scientifico ed istituzionale come modello agricolo meno energivoro ed emissivo e quindi più in grado di garantire nel lungo periodo la sicurezza dei sistemi alimentari di cui quegli eventi avevano mostrato la fragilità.

Verso il 2008, però, gli eccessi commerciali del biologico avevano già reso evidente all’interno del movimento la contraddizione tra l’aspirazione ereditata dalla Primavera dell’Ecologia verso un cambiamento radicale del sistema agro-alimentare nel senso dell’ecologia e dell’equità, e la fornitura da parte dell’industria di trasformazione alle grandi catene di supermercati di prodotti biologici certificati che, come gli omologhi convenzionali, provengono da ogni parte del mondo, sono altamente processati e confezionati con ogni tipo di imballaggio. In fondo, anche ogni

caloria di snack biologico si porta dietro centinaia di calorie da fonti fossili. Come scrive Matthew Reed in Rebels of the Soil, “la strategia del movimento biologico stava raggiungendo i suoi

limiti proprio quando i limiti ambientali e sociali che esso aveva da tempo anticipato sembrava avessero fatto presa nelle discussioni politiche globali”. La strategia a cui Reed si riferisce è quella basata sullo sviluppo dell’agricoltura biologica attraverso la crescita del mercato. Con l’avvento del Biologico 2.0, questa strategia aveva sostituito la strategia del Biologico 1.0, quella dei “pionieri” basata sulla ricerca scientifica e sull’azione politica. Il problema è che mentre Fritz Schumacher e Barry Commoner, e più in generale il movimento ecologista degli anni Settanta, avevano sognato lo sviluppo di un “altro mercato”, alternativo a quello industriale, quest’ultimo alla fine aveva finito per inglobare il biologico riducendolo ad una merce come un’altra esposta impacchettata sugli scaffali dei supermercati, con solo un logo di distinzione. Come scrisse provocatoriamente Ray Patel nel 2007, le strategie commerciali delle catene della grande distribuzione avevano reso la scelta tra biologico e non biologico simile alla scelta tra “Coke and Pepsi”. Il consumerismo etico si era rivelato alla fine uno specchietto per le allodole facendo credere ai cittadini che l’unico modo per apportare un cambiamento nel sistema agro-alimentare sia tramite il mercato e non con l’azione politica. Nonostante gli indubbi successi della strategia “market drive” nello sviluppo della base produttiva e nell’effettivacreazione di un mercato specializzato

L’AVVENTUROSA STORIA DEL MOVIMENTO BIOLOGICO

con un’etica forte e condivisa tra produttori, distributori e consumatori, verso il 2008 l’attivismo consumerista legato semplicemente all’acquisto di prodotti biologici certificati iniziò a declinare, e molti piccoli produttori preferirono uscire dal sistema di controllo e certificazione, ritenuto un inutile aggravio economico e burocratico nel cammino, condiviso con i gruppi di consumatori e intellettuali più militanti, tendente ad andare oltre il biologico (beyond organic). La seconda decade del Duemila si aprì in Europa con la serie di scandali eclatanti legati alle frodi nel biologico che confermarono in modo chiaro la crisi etica del Biologico 2.0. All’interno del movimento divenne allora chiara la necessità vitale di una nuova fase del biologico, quella che IFOAM nel 2015 chiamò Biologico 3.0, volta a fare uscire il movimento dall’impasse del Biologico 2.0, ristabilendo la coerenza con i suoi valori originari, quelli del Biologico 1.0, e riposizionando l’agricoltura biologica tra le soluzioni rivolte a fronteggiare le aggravate problematiche ambientali e sociali. La politica europea venne in qualche modo colta di sorpresa da questa profonda crisi del biologico, che rischiò seriamente di minare la fiducia dei consumatori europei verso i prodotti certificati. Tra enormi conflittualità, essa reagì con la riforma della regolamentazione sulla produzione e l’etichettatura dei prodotti biologici. Nonostante le diverse reazioni alla crisi, in generale, sia a livello di movimento che a livello di istituzioni, per diversi anni è sembrata comunque mancare una vera e propria politica per il biologico. Negli ultimi anni grazie soprattutto al movimento di contestazione giovanile lanciato dall’attivista svedese Greta Thunberg, l’emergenza climatica si è mossa rapidamente dai margini delle discussioni dei governi e delle istituzioni politiche internazionali al loro centro. Secondo i dati più recenti dell’Intergovernal Panel on Climate Change (IPCC), tra il 40% e il 50% della superficie emersa del pianeta Terra è destinata alla produzione agricola. Le attività di coltivazione e allevamento in senso stretto sono responsabili del 10- 12% del totale delle emissioni di gas climalteranti dovute a tutte le altre attività economiche (costruzione, energia, trasporti, industria, deforestazione). Seppur le sue emissioni complessivamente pesano un decimo del totale, l’agricoltura è responsabile del 60% delle emissioni di ossido di azoto, un potente gas serra imputabile principalmente all’uso dei fertilizzanti azotati, e del 50% delle emissioni di metano, legate soprattutto all’allevamento animale. In termini di anidride carbonica, essendo la coltivazione un’attività che prende ed emette CO2, il flusso netto per l’agricoltura è più o meno bilanciato. Per il gruppo di lavoro dell’IPCC che valuta la vulnerabilità dei sistemi socio- economici e naturali al cambiamento climatico, relativamente all’attività agricola esistono una varietà di opzioni che possono servire a ridurre le emissioni e raggiungere gli obiettivi climatici di lungo termine. Al di là delle differenze tra le varie opzioni disponibili (miglioramento delle tecniche di coltivazione e di allevamento, ripristino del contenuto organico dei terreni, tecniche di aratura, ecc...) il sequestro di anidride carbonica nel suolo è per l’agricoltura il meccanismo che può contribuire maggiormente alla mitigazione climatica, rappresentando approssimativamente il 90% del potenziale di contribuzione del settore agricolo e giudicato del tutto fattibile e concorrenziale con le opzioni degli altri settori. Alla luce di questi dati scientifici risulta evidente che l’agricoltura biologica, e più in generale l’agro-ecologia, è maggiormente attrezzata dell’agricoltura industriale per fronteggiare e cercare di mitigare la crisi climatica, i cui effetti negativi di ripercuotono in maniera diretta proprio sul settore agricolo e quindi sulla sicurezza alimentare, L’agricoltura biologica, del resto, nasce proprio con un metodo di compostaggio degli scarti agricoli volto ad aumentare il contenuto organico del suolo e quindi la sua fertilità, mentre anche le più recenti analisi scientifiche sui più antichi campi sperimentali al mondo coltivati a mais mostrano che la fertilizzazione azotata, la base nutritiva dell’agricoltura industriale, riduce progressivamente il contenuto di carbonio del suolo. Per l’emergenza climatica l’agricoltura biologica può tornare ad assumere quel ruolo di “redemptive technology” che ricoprirono novanta anni fa i metodi di compostaggio dell’agricoltura biologica e biodinamica durante la prima emergenza ecologica del Novecento legata all’agricoltura, ovvero l’erosione del suolo. Erosione del suolo ed emissione di gas clima-alteranti sono del resto fenomeni collegati. Il problema è oggi comunque più complesso perché le emissioni delle attività agricole contribuiscono solo per una piccola parte al cambiamento climatico (il 10% circa). Esso in gran parte è causato dal settore dell’energia (26%), dall’industria (19%), dalla deforestazione (18%) e dai trasporti (13%). Una parte del contributo emissivo di queste attività è da imputare al sistema agroalimentare che, dal produttore a consumatore, è responsabile di circa un terzo delle emissioni totali. Per quanto riguarda il sistema agroalimentare, come per i calcoli dei consumi energetici, per i calcoli delle emissioni di gas climalteranti le attività più rilevanti non sono quelle a livello del campo o della stalla ma sono quelle legate ai trasporti, alla trasformazione, all’imballaggio, allo stoccaggio e alla distribuzione. In questo senso, anche per la merce biologica, oggi in parte “convenzionalizzata”, occorre rianalizzare, rilocalizzare e ricostruire le filiere, magari prendendo spunto e rinnovando quelle strategie che hanno caratterizzato lo sviluppo del biologico durante la Primavera dell’Ecologia attraverso la vendita di prodotti poco trasformati, di origine conosciuta, possibilmente locali e stagionali, con modalità orientate alla riduzione dei materiali di imballaggio, che oggi rappresentano circa un terzo della massa dei rifiuti delle famiglie. Fatto certamente significativo e promettente, per certi versi sorprendente, è il ritrovare queste strategie tipiche e caratteristiche del movimento biologico ed ecologista nella recentissima strategia “Farm to fork” della Commissione Europea. Nella comunicazione del 20 maggio del 2020 della Commissione agli altri organismi politici dell’Unione Europea, comunicazione intitolata Una strategia “Dal produttore al consumatore” per un sistema equo, sano e rispettose dell’ambiente, ritroviamo fin da principio, oltre che nel titolo, un linguaggio che riflette in maniera diretta le argomentazioni tipiche dal movimento biologico: “la strategia Dal produttore al consumatore, al centro del Green Deal, affronta in modo globale le sfide poste dal conseguimento di sistemi alimentari sostenibili, riconoscendo i legami inscindibili tra persone sane, società sane e un pianeta sano” (grassetto mio). La rivisitazione nel preambolo di un importante documento politico a livello comunitario dell’assioma di base del Biologico 1.0, the Wheel of Health, la ruota della salute, teorizzata da Albert Howard e Mc Carrison, sembrerebbe testimoniare un’interiorizzazione molto forte delle argomentazioni del movimento biologico da parte della politica europea. La strategia della Commissione del resto prende le mosse dall’impellente necessita di “ridurre la dipendenza da pesticidi e antimicrobici, ridurre il ricorso eccessivo ai fertilizzanti, potenziare l’agricoltura biologica, migliorare il benessere animale e invertire la perdita di biodiversità” (grassetto nel testo originale). Si tratta di un segnale positivo che testimonia il corretto riposizionamento delle argomentazioni tipiche del movimento biologico nelle agende politiche a seguito dell’emergenza climatica e della ricerca di soluzioni di mitigazione. Per lungo, troppo tempo, il biologico ha contato solo per i fatturati a doppia cifra ed è stato marginalizzato nelle istituzioni di ricerca, di formazione e nella politica. Nonostante questo, i recenti orientamenti della Politica Agricola Comune (PAC), che intendono riconfermare il sostegno all’agricoltura industriale tramite la destinazione dell’80% dei sussidi disponibili al 20% delle aziende agricole più grandi, nonché alcuni orientamenti della ricerca in agricoltura, come quelli emergenti in Italia e rivolti prioritariamente allo sviluppo delle New Breeding Techniques (Nbt), le cui creature sono state equiparate agli OGM dalla Corte di Giustizia Europea, mostrano che la strada verso il Biologico 3.0 è ancora in gran parte da costruire e non è priva di insidie. Il biologico deve rientrare nell’arena della politica e spero che quanto ho scritto possa “attrezzare” i suoi sostenitori



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