IL NASTRO DELLA MENTE


Mi si chiede di fare il punto o almeno di abbozzarlo. Di tanto in tanto abbiamo bisogno di fare ordine nella nostra mente: fermarsi, pensare, riflettere, avere il coraggio di guardarsi attorno, fare un bilancio onesto di ciò che abbiamo fatto, di ciò che siamo, di ciò che ci eravamo promessi di cambiare e del rea-le stato delle cose; guardando bene attorno a noi, dentro di noi e nei rapporti tra noi e il resto del mondo. Facciamo il punto della situazione allora. Ma quale situazione? La propria? Quella sociale? Del proprio Paese? Del proprio cammino di vita?Ripenso a quando ero ragazzo. Quando uno stereo e una cassetta mi riempivano le giornate, diventando altari delle mie emozioni, pensando alle canzoni che avrei potuto registrare per farne la colonna sonora della mia vita, dei miei amori e del-la mia rabbia o magari per registrar-ci scherzi e barzellette con gli amici. Le cassette con il nastro magnetico dentro erano delicatissime. Si srotolavano e si incastravano nello stereo, obbligandoci a fare i chirurghi per poter recuperare il nastro senza romperlo, per poi riavvolgerlo con la penna Bic... ed ecco che si poteva fare una magia!

Coprire con un po’ di nastro le linguette laterali per poterle reincidere. Tutto quello che si era fatto prima svaniva, veniva cancellato da qualcosa di nuovo senza lasciare traccia del passato...o meglio, peggiorava la qualità della nuova registrazione, ma poi ci si abituava e non si faceva più caso alla leggera distorsione del suono, al rumore di fondo della vecchia incisione. E’ così tanto diversa la nostra vita e quello che vorremmo fare? Incide-re le passioni come se potessero essere eterne, per poi volerle cancellare per poter far spazio a qual-cosa di nuovo, sempre un po’ disturbato però dalle tracce passate. Ognuno di noi ha delle propensioni, delle attenzioni selettive. C’è chi è attratto da riflessioni sociologiche, politiche, emotive, c’è chi è ottimista, chi pessimista e chi come me rifugge posizioni estreme e nette, sentendosi molto disturbato da tutti coloro che urlano la propria opinione come se fosse l’unica possibile e forse è anche per questo che fatico a scrivere seppur mi piaccia moltissimo. Forse tentenno per la paura di colludere con un mondo di strilloni che annunciano il proprio dissenso e danno soluzioni facili a problemi e dinamiche identiche dai tempi della nascita dell’uomo. Così, come per ogni stesura del mio pensiero per questa rivista coraggiosa, mi sento un po’ messo all’angolo. Tentato da un lato dI scrivere cose ovvie, facili da digerire, e dall’altro stimolato a cercare di essere onesto con me stesso, cercando di creare un ponte che collega me come essere umano, le mie ipocrisie interne, me come psicoterapeuta e come osservatore privilegiato dell’animo delle persone in difficoltà. Che poi null’altro sono se non organismi più sensibili che sviluppano “sin-tomi” a qualcosa che non va attorno a loro passando spesso per disturbati, quando invece sono solo gli allarmi che segnalano un incendio, magari segnalando il pericolo nel modo sbagliato, fastidioso, ma alla fine, le difficoltà umane che viviamo, sono solo i sintomi di qualcosa che non va, un po’ come lo è il rossore per un’allergia. Ci avverte che qualcosa non è compatibile con il nostro organismo. Quindi a che punto siamo? Mi piace pensare al gioco di parole attorno alla parola “punto”, cercando di riflettere sulle “virgole” (pause di riflessione) che non mettiamo e che non rispettiamo, sugli interrogativi che non ci facciamo e che rifuggiamo per comodità emotiva e morale, ai “due punti” che tendiamo a fare quando facciamo le liste delle cose che vorremmo cambiare in noi e fuori di noi, assumendo un po’ la presunzione che se fossimo noi al comando, che se le cose dipendessero da noi sarebbe tutto diverso, e infine, il “punto esclamativo”; questa facile tendenza tutta umana di parlare per assoluti, di dettare regole certe, posizioni nette da assumere che ci vincolano e che non ci danno la possibilità di rivedere il pensiero.


PARTIAMO DA PUNTO DI DOMANDA

Cosa sta succedendo attorno a noi e quindi anche in noi? Per quel che posso vedere dal mio spioncino di portiere di condominio, qualcosa di grosso sta succedendo.

Lavoro da diciotto anni come psicoterapeuta, certo, non tantissimi, ma per fortuna nemmeno pochi. Provate a pensare come era il nostro mondo 20 anni fa, solo 20. Avere un cellulare era un piccolo privilegio e comunicare con gli altri aveva un costo che ti obbligava a riflettere. Avevamo 156 caratteri a disposizione per un messaggio. Stavamo passando dalla lira all’euro, spaventati dal cambiamento e un po’ elettrizzati dagli slogan che ci venivano fatti dai politici del periodo. “Lavoreremo tutti poche ore al giorno e avremo qualità di vita migliori”. L’appartenenza all’Europa ci salverà!. Eravamo 6 miliardi di persone contro i quasi 9 di adesso. Ascoltavamo i cd e molti di noi come me, usavano ancora le cassette. Le televisioni pesavano 30 chili e occupavano un pezzo di casa. Non sapevamo ancora bene cosa fosse avere una società multietnica e nessuno si sarebbe sognato di mangiare pesce crudo con riso bollito scommettendo mille lire sulla colonizzazione dei ristoranti giapponesi (gestiti da cinesi). Il mondo era diviso ancora in due nonostante il crollo dell’Unione Sovietica, in questa continua lotta America - Ex Unione Sovietica, capitalismo, comunismo (ormai crollante) mentre ora la politica e un tentativo di visione morale sono praticamente spariti, fagocitati da macroaccordi economici internazionali che cambiano continuamente gli equilibri geopolitici ed economici.

Nessuno di noi si sarebbe mai sognato di comprare tutto on line e vederselo recapitato entro 24 ore a casa propria, magari anche con la possibilità di reso e ancor meno che avremmo potuto scegliere piatti diversi portati da un tizio cronometrato vestito di verde a cavallo di una bicicletta elettrica. Le chiese erano ancora piene, i preti erano per la maggior parte italiani, andare dallo psicologo era ancora una cosa un po’ da “matti” e il termine LGBT poteva essere una marca di felpe


LE VIRGOLE Nella scrittura la virgola è un invito a prendere una pausa, a separare un pensiero dall’altro creando però continuità. Gli studi degli psicologi fino al 2000 erano pieni di persone intrappolate tra depressioni, disturbi del comportamento alimentare e crisi familiari che coinvolgevano genitori che non capivano più i figli che non sape-vano cosa fare e che cercavano di allontanarsi emotivamente dal-la famiglia e i figli stessi che erano

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