Equilibri instabili

Aggiornato il: apr 27

L’emergenza pandemica da Covid-19 è come l’ultimo avviso



Nella storia dell'umanità i cambiamenti sono segnati da un evento spartiacque anche se in realtà sono iniziati molto prima e il cambiamento si espliciterà diversi anni dopo. La nostra società sta affrontando dal 1989 notevoli cambiamenti per la caduta di un sistema di “equilibrio instabile” in cui la minaccia di distruzione globale manteneva ai due blocchi contrapposti il primato delle decisioni escludendo il resto del mondo da uno sviluppo stabile. Una necessaria distinzione del mondo in aree di influenza ed in aree di conflitto limitato, luoghi in cui i due blocchi raccoglievano ricchezze, materie prime, manodopera necessaria al proprio benessere.


Al tracollo del sistema sovietico, sulle ali dell'euforia di poter disegnare un nuovo mondo, ha cercato di sostituirsi un modello liberista in cui l'individualismo e la libertà di azione nello scenario globale ha illuso di poter dilatare ulteriormente la distanza fra società evolute ed in via di sviluppo. Abbiamo così assistito ad un rapido ed incessante fenomeno di accorpamento e migrazione del sistema manufatturiero dai paesi occidentali alla ricerca prima di manodopera a basso costo e quindi di nuovi mercati in cui poter allocare crescenti quantità di produzione. Il tutto non certo per diffondere ricchezza economica, stabilità e dignità delle condizioni di lavoro ma piuttosto per poter garantire il sogno della crescita eterna del sistema economico. Una degenerazione del capitalismo che Giovanni Paolo II predisse già negli anni novanta e affermati in una nota intervista a Jas Gawronski il 2 novembre 1993.

La sua era una critica aperta sulle deviazioni del sistema capitalistico, critica basata sul valore cristiano dell'uomo e della sua dignità, dell'impossibile accettazione della schiavitù o dello sfruttamento. Argomenti che d'altronde segnavano, come ben illustrato in quell'intervista, sia l'enciclica Rerum Novarum di Leone XIII sia i testi di Karl Marx.

Con il proseguire degli anni '90 e la crescita di questo incontrollato sviluppo globale si sono accentuati anche i tanti problemi ambientali che

non erano stati affrontati per decenni: l'inquinamento della terra e delle acque, la crescita di inquinanti nell'atmosfera, i primi segni di cambiamenti su larga scala di territori un tempo incontaminati, la crescita della popolazione mondiale. Problemi che hanno portato ad un dibattito globale con le firme di diversi protocolli internazionali in diversi ambiti (Dichiarazione di Rio, Millenium goals...), a volte declamati come grandi successi diplomatici ma di poco effetto nella soluzione dei problemi.

Il nuovo millennio si è poi aperto con l'attentato alle Torri Gemelli ed un nuovo moto del mondo occidentale spinto a diffondere la democrazia a livello globale, in uno stato di tensione che ancora stenta a lasciarci.


Di fronte a queste sfide globali e al mutare degli equilibri con nuovi attori mondiali (a partire dai BRICS: Brasile, Russia, India, Cina e Sudafrica) quello che un tempo era l'Occidente, allargato ai paesi dell'Est Europa, non è riuscito a elaborare una risposta sociale ed economica efficace. Al contrario ha cercato di mantenere alta la speranza di uno stile di vita migliore attraverso l'elaborazione di una visione sempre più chiusa su se stessa, incentrata sul mantenimento della ricchezza attraverso un isolamento politico e quindi sociale. Un'esperienza che il mondo romano aveva tentato due millenni fa, ma i cui esiti fallimentari studiamo ancora oggi sui libri di storia.


Come si sa quando ci si isola a difesa di apparenti diritti è logico immaginarsi che chiunque sia al di fuori del proprio sistema è solo un nemico da combattere, isolare, aiutare da lontano (abbastanza lontano da non essere nemmeno visibile). In questo scenario la crescita incessante del gigante cinese, impermeabile al concetto di democrazia occidentale ma dall'enorme potenzialità, è stata prima vista come una grande occasione per chi voleva arricchirsi, poi con rispetto per giungere all'invidia e alla preoccupazione di affermazione di una nuova superpotenza che possa influire sullo scacchiere mondiale al pari degli Stati Uniti. Una contrapposizione fra economie fondamentalmente capitalistiche, ma dalla sfumatura maggiormente liberista quella statunitense e apparentemente più socialista quella cinese. Differenza che di certo non sposta la centralità della finalità di azione delle due potenze globali, sempre incentrata su aspetti economici e non certo tesa a migliorare l'ambiente o a mitigare le differenze sociali.

Un anno fa si festeggiava il crollo del Muro di Berlino e dell'utopia sovietica, motivo per far affermare al crescente movimento nazionalista

che ormai era tornato il loro tempo. Sembra un secolo fa, ma se dovessimo rileggere i giornali di quei giorni si percepiva una condizione di apparente svolta nazionalista in tutte le economie avanzate. Eppure il clima mostrava tutti i suoi fenomeni estremi in ogni parte del mondo, il commercio internazionale era sempre più globale, il sistema economico sempre più basato su giganti economici dell'high tech, dell'auto, dell'economia.


A distanza di soli 12 mesi tutto appare cambiato. Un virus, invisibile agli occhi, ha stravolto le nostre consuetudini, modificato gli stili di vita, messo in dubbio l'idea di un mondo globale basato su viaggi sempre più brevi e low cost, su equilibri di forza basati su nuovi mercati e nuove aree di influenza. Ci scopriamo tutti connessi, non solo dal punto di vista tecnologico, ma anche sanitario; ci ritroviamo limitati negli spostamenti, ridotti a volte alla sola abitazione; ci confrontiamo con minori esigenze ed un'economia che potremmo definire di sufficienza, molto lontana dall'esuberante mercato capitalistico.

Una situazione che non solo ha portato ad una riscoperta della socialità come valore, delle comunità come luogo di mutuo soccorso, delle economie periferiche come esempio virtuoso in contrapposizione alle grandi città e megalopoli, ma ci spinge a riflettere su chi uscirà meglio dalla crisi e su quale sistema sarà meglio preparato alle sfide di un nuovo mondo globale.


La Cina sembrerebbe più avvantaggiata essendo stata in grado di uscire rapidamente dalla pandemia e capace di siglare accordi economici con i propri vicini, abbandonati dagli Stati Uniti dediti all'isolazionismo. In uno schema seguito da tutti i grandi imperi, si è garantita canali diretti e stabili di rapporti commerciali basati sulla propria potenza produttiva, mercantile e militare. Ma col passare dei mesi si osserva come il blocco anche solo di una parte del mondo si riflette su tutti, un'epidemia locale può in poco tempo trasformarsi in una pandemia fuori controllo i cui esiti stiamo ancora vivendo. Quanto sia sentito il rischio di nuovi eventi globali si può apprezzare dalla reazione del sistema sanitario mondiale alla recente epidemia in India. Evidenze che hanno spinto tutte le Nazioni ad investire ingenti somme alla caccia di un vaccino che possa far tornare tutto normale, ricondurci in poco tempo e quindi senza un tempo di decantazione al mondo di prima.

Normalità che non vi sarà più, tuttavia, e di cui gli organi decisori ne sono consci come dovremmo esserne tutti noi.

Il mondo degli ultimi 30 anni non potrà tornare: troppi i problemi che non siamo stati in grado di risolvere o che abbiamo voluto semplicemente rimandare. Differenze sociali e crescita della popolazione continuano a far crescere i fenomeni migratori; calo della natalità e invecchiamento delle società mettono a rischio i sistemi sociali di molte nazioni; il cambiamento climatico e l'urbanizzazione selvaggia sono alleati perfetti per imporre al nostro sistema economico ogni anno debiti significativi; globalizzazione delle produzioni e concentrazioni delle ricchezze alimentano pericolose derivazioni che mettono a nudo le follie del capitalismo. Problemi che ora gravano sulle spalle delle nuove generazioni che giustamente stanno prendendo coscienza delle enormi sfide che dovranno affrontare (si veda il movimento globale Friday For The Future cresciuto in pochissimo tempo).


Sappiamo che la nostra “normalità” non è stata in grado di trovare soluzioni a quei problemi e che un sistema basato su due potenze diviso in aree di influenza non ha funzionato una volta. Si para innanzi a noi la stessa sfida di cui parlava Giovanni Paolo II 27 anni fa: impossibilitati a provare una terza via che potrebbe rivelarsi un'ulteriore utopia, dobbiamo dare efficacia al pensiero in tema ambientale e sociale che si è sviluppato negli ultimi 40 anni. E per dare concretezza il cambiamento non potrà che partire dal basso, dalla capacità di ognuno di noi di comprendere come i difetti che abbiamo visto in questa crisi non sono a questa attribuibili, ma sono solamente stati evidenziati nei loro effetti sulla nostra quotidianità.


E' proprio il nostro sguardo mantenuto basso per troppi anni, incentrato sulla quotidianità e incapace di sognare che ci ha portato in questa condizione. Abbiamo bisogno di tornare a guardare oltre le difficoltà del momento, ad aprirci al mondo non come luogo di contrapposizione ma di sfide. Non ragionare su come limitare il nostro avversario di turno (Cina oggi, Africa domani) ma su come poter risolvere insieme quei problemi prima evidenziati e che abbiamo compreso non poter essere limitati ad un territorio o ad un momento. In poche parole dobbiamo “rimetterci in cammino” sia in senso fisico sia in senso culturale.

Il Covid-19 è quindi quello spartiacque fra il mondo di prima e quello del dopo, ancorché i problemi e i germi delle soluzioni siano partite ben prima. Diventerà un simbolo se noi riusciremo a tradurre in soluzioni efficaci le nostre ansie, le nostre paure in desiderio di nuove speranze.

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