E’ IL MERCATO BELLEZZA!(1)




“Il Comitato per la sicurezza dell’EMA – Agenzia europea per i medicinali n.d.r. (PRAC) – ha concluso oggi che i trombi inusuali associati a bassi livelli di piastrine debbano essere elencati come effetti indesiderati, molto rari, di Vaxzevria (precedentemente denominato Vaccino COVID-19 AstraZeneca).”(3) Con queste parole, scritte il 7 aprile del 2021, molti/e hanno pensato si concludesse una vicenda che per oltre un mese aveva agitato le cronache sulla pandemia e che per molti/e cittadini/e rappresentava il lato non detto della lotta contro il Covid, racchiuso nella domanda: può un vaccino, in particolare quel vaccino, essere efficace e sicuro?

Avrebbero dovuto tranquillizzare un po’ alcune precisazioni incluse in quel comunicato: “COVID-19 è associato a un rischio di ospedalizzazione e morte. La combinazione caratterizzata da trombi e livelli bassi di piastrine che è stata segnalata è molto rara e i benefici complessivi del vaccino nella prevenzione della malattia da COVID-19 superano i rischi degli effetti indesiderati. La valutazione scientifica dell’EMA sostiene l’uso sicuro ed efficace dei vaccini COVID-19”. (4)

In realtà come poi si sarebbe constatato, la vicenda era appena iniziata e la discussione avvenuta nell’EMA è stata l’apertura di un grande vaso di Pandora, i cui contenuti toccano le relazioni sociali, le relazioni tra Stati, le politiche di mercato, lo sviluppo della pandemia: tutti aspetti che esulano dalla semplice analisi dell’efficacia di un farmaco e che dureranno a lungo e non sappiamo bene fin dove ci condurranno. I comunicati dovrebbero essere letti e commentati nel loro insieme. In merito agli sviluppi che tale controversia continua ad avere, risulta rivelatrice un’ulteriore frase dello stesso comunicato: “L’uso del vaccino durante le campagne di vaccinazione a livello nazionale terrà conto anche della situazione pandemica e della disponibilità di vaccini nel singolo Stato-membro”. (5)

Il suo significato è evidente: qualunque vaccino, come tutti i farmaci e come tutti i prodotti in vendita, sottostà sia alle regole del mercato nazionale (perché la vaccinazione – cioè la filiera della vaccinazione - viene avviata in base alle regole che ogni singolo Paese si dà in merito), sia a quelle del mercato internazionale. E ciò perché la disponibilità dei vaccini dipende dall’offerta delle case produttrici, dalle loro politiche e dai contratti che ogni singolo Stato ha sottoscritto, nonché dal sistema di scorte autoapprovvigionamento che ha realizzato: tutte cose dipendenti dalle condizioni del mercato internazionale. Quindi, il vaccino ed il suo impiego sono la risultante dell’incrocio tra le strategie di difesa della salute attuate da ciascun Paese e, al loro interno, dai singoli individui, e strategie di mercato che riguardano molteplici fattori, dipendenti dai produttori, dai detentori di brevetti, dai passaggi di filiera nonché, in ultima analisi, i “consumatori/trici” di vaccino. Tutti gli attori/trici di questa vicenda sembrano avere ruoli ben definiti: l’offerta è data dalle multinazionali, la domanda è costituita dai/dalle cittadini/e, con la mediazione degli Stati. Anche se, per cercare di “scegliere” il vaccino o di attuare scelte contrarie al suo impiego, il ruolo dei cittadini/e, ma soprattutto quello degli Stati può essere diversificato ed i comportamenti possono mutare.

La domanda sui comportamenti riguarda soprattutto la massa di persone sul pianeta (alcuni miliardi di individui) che non avranno disponibilità di vaccino, che sono fuori dal sistema di controllo effettivo degli Stati (e non mi riferisco, in tal caso, ai cittadini della UE o dei grandi Paesi industrializzati), che continueranno la loro vita utilizzando strategie alternative di sopravvivenza.

Siamo ancora lontani/e dal cogliere questo aspetto, ma la diffusione della pandemia è stata e sarà tale da mettere in discussione le strutture della società del mercato globale che è stata costruita nell’ultimo trentennio. L’esempio dell’India è eclatante: grande produttrice di vaccini anti-Covid-19(che esporta), attualmente è sottoposta ad una particolare recrudescenza della pandemia, con un numero di vittime particolarmente elevato. Cosa faranno in queste condizioni “i naufraghi del pianeta”?.(6) Alludo a coloro che, in progressivo aumento, già da decenni vivono ai margini del sistema dei mercati globali, essendone stati/e progressivamente e costantemente espulsi/e dallo stesso sistema.

Se analizziamo il comunicato dell’EMA

secondo una logica di mercato, potremmo anche considerarlo una sorta di risposta a quello dell’OMS le cui raccomandazioni, emanate poco più di un anno prima, risultano ora tragicamente paradossali:

“L’OMS non raccomanda alcuna misura specifica per i viaggiatori (da e verso la Cina – n.d.r). In caso di sintomi suggestivi di malattia respiratoria, sia durante che dopo il viaggio, i viaggiatori dovrebbero rivolgersi a un medico e informare del loro viaggio il personale sanitario. Sono state aggiornate le linee guida per i viaggiatori. L’OMS raccomanda di evitare qualsiasi restrizione ai viaggi e al commercio con la Cina in base alle informazioni attualmente disponibili su questo evento” .(7) Come si vede bene, le regole del mercato furono applicate perfino ai virus, benché questi non ne fossero pienamente coscienti; non fu la prima volta e purtroppo non sarà l’ultima. Se analizziamo a ritroso le vicende relative alla diffusione di malattie e all’utilizzo di farmaci, ritroviamo un gran numero di casi in cui la concorrenza e le sue regole, compresa quella del più forte, si sono imposte a scapito della salute delle persone e delle cure. Tanto per citare un caso, l’HIV si è accompagnato con le stesse vicende cui ora assistiamo rispetto al Covid-19: dalla lotta tra virologi (in quel caso si arrivò a denunce - ad esempio, tra Gallo e Montagner- e a scoprire operazioni poco pulite); alle cure selettive, messe a disposizione dei Paesi ricchi e, al loro interno, alle sole persone abbienti; all’accumulo di brevetti e alla conseguente lotta tra multinazionali con la stessa richiesta di liberalizzazione della produzione di farmaci fatta – neanche a dirlo – dai Paesi come il Sud-Africa e l’India. Il libero mercato dei capitali, trasferito ad altri servizi o prodotti, trascina con sé nel flusso tutte le scorie delle nostre società: non solo le scorie finanziarie, con un utilizzo di capitali d’investimento e di tassi d’interesse che spesso si rivelano corde al collo per i Paesi poveri, ma anche quelle materiali, inquinanti e contaminanti, e quelle culturali, come i pregiudizi ed i condizionamenti ideologici. Per l’HIV questi ultimi furono importantissimi, ritardando per anni il giusto indirizzo della ricerca: l’HIV da malattia del sangue trasmissibile attraverso il contatto dei fluidi organici fu classificata come una patologia “culturale”, legata all’omosessualità, sicché il pregiudizio ne accentuò la diffusione (oltre a stigmatizzare e discriminare le vittime). Per quel che riguarda il Covid-19, “l’etnicizzazione della pandemia”, denominata in principio “virus cinese”, ha fatto sì che si perdesse tempo a cercare il “paziente uno” nelle più svariate comunità cinesi nel mondo. Ed è servita per costruire, purtroppo con un discreto successo, il cosiddetto “nemico esterno”: certo, funzionale a risolvere le difficoltà dei diversi governi, ma totalmente inutile per elaborare un’efficace strategia di difesa dal virus.

L’individuazione di un nemico esterno, di volta in volta identificato secondo le varianti del virus (cinese, inglese, brasiliana, sudafricana…) è stata la stramba e irrazionale soluzione che ha discriminato persone e Stati, dopo che le regole del libero mercato avevano consentito ampiamente non solo la creazione delle condizioni ambientali idonee allo sviluppo del virus, ma anche la sua diffusione (si pensi al ruolo decisivo svolto dagli allevamenti industriali rispetto a quel che viene detto salto di specie). Era prevedibile tutto ciò? Sì, lo era, poiché si era già verificato nel settore sanitario (come si è visto per l’HIV) e in quello agro-alimentare, che fu l’ultimo comparto ad allinearsi, negli anni ’90, al sistema di mercato mondiale e il primo a subire le conseguenze della fine della tutela dei prodotti nazionali, in nome della libera concorrenza. La diffusione delle monocolture-monoclonali (grazie alla protezione e diffusione di semi e piante brevettate da multinazionali), la concentrazione di allevamenti industriali, la vita malsana nelle grandi metropoli e nelle campagne, ricoperte da antiparassitari, hanno creato le condizioni di debolezza degli organismi che subiscono il “salto di specie”, in effetti compiuto da molti microrganismi.

In agricoltura il prevedibile passaggio delle parassitosi era già una “normalità” negli anni ’70: i saggi di entomologia dell’inizio del XX secolo parlavano, sia pur marginalmente, di molti insetti che, peraltro, erano individuati come parassiti di alcune colture specifiche.

Settanta anni dopo, quegli stessi insetti si sarebbero ormai diffusi su tutto il pianeta e, in presenza di grandi investimenti monocolturali, avrebbero modificato la loro alimentazione, adattandosi alle nuove specie presenti. Non solo: il salto di specie e la distruzione (o assenza) contemporanea degli antagonisti dei parassiti, avevano lasciato spazio a un altro genere di “aggressioni aliene”, quelle virali (o similari). Nel corso degli anni ’80, passando attraverso gli animali superiori, il meccanismo sfiorò pericolosamente all’uomo. Un esempio da manuale del “salto di specie”, conseguente alle scelte di mercato, è la diffusione del morbo detto “della mucca pazza” (BSE), sviluppatosi a causa di una scelta deliberata dei produttori di mangimi per animali. Al fine di favorire la riduzione del prezzo dei prodotti e la loro diffusione, in sostituzione dei foraggi, costoro prima diffusero l’uso di farine animali come mangime per ruminanti erbivori e poi modificarono i sistemi produttivi al fine di ridurne i costi. Come ha ben descritto un lavoro svolto da scienziati e ricercatori per conto del governo inglese (erano gli anni della Thatcher), alla fine degli anni ‘80 abbassare le temperature per la sterilizzazione delle farine animali (che potevano contenere tessuti di animali malati) da 104° a meno di 100° avrebbe esposto al rischio di diffusione di una malattia già individuata negli ovini (BSE) presso le diverse specie che se ne sarebbero cibate.

Il governo conservatore, spinto dai produttori di mangimi, accettò il rischio (ritenuto minimo) a fronte di una significativa riduzione dei costi di produzione, quindi a un colossale aumento dei profitti, legato all’espansione del mercato dei mangimi. Sappiamo bene come andò a finire... L’aspetto più sconcertante è che le conclusioni del comitato scientifico erano a disposizione di chiunque al modico prezzo di £2; io stesso ne lessi una copia agli inizi degli anni ’90, prima dello sviluppo dell’epidemia nell’Europa continentale, ma non colsi la portata del problema.

Il pregiudizio di superiorità di specie si manifesta talvolta anche in modo involontario. Come sottolinea bene l’antropologo Monder Kilani, in un ottimo libro di vent’anni fa, concepito e curato dall’antropologa Annamaria Rivera, coautrice, la stessa definizione del morbo, detto “della mucca pazza” trasferisce le responsabilità della malattia, causata dagli umani, su quei non-umani che, in realtà, ne sono le vittime. Ma, oltre allo sviluppo di nuove e più aggressive epidemie e pandemie, l’intensificarsi del sistema di scambi (anche finanziari), senza tenere conto delle diverse posizioni sul mercato agro-alimentare e senza adeguate garanzie per le parti più deboli, ha prodotto fenomeni d’impoverimento di massa che, prima ancora di manifestarsi nella dimensione economica, mostrano il loro effetto nell’insorgenza di carenze alimentari, diverse tra Paesi ricchi e Paesi poveri e tra gli strati sociali di ciascun paese: tutte connesse al fatto di avere sottoposto il mercato alimentare a regole finanziarie. È stato come ripristinare la prigione per debiti, che vigeva nell’Inghilterra del XIX secolo ed era di fatto una condanna “per povertà”, sostituendola con la condanna delle malattie da malnutrizione per le persone povere o insolventi di oggi. Sto parlando di alimentazione, ma provate a sostituire agli alimenti i farmaci, le terapie o i vaccini. Non trovate una curiosa somiglianza tra le situazioni ora descritte per il settore agro-alimentare e quelle che si verificano nel mondo riguardo alle forniture mediche?

Nel corso degli anni ’90, dinanzi alla realtà dello scambio alimentare non più protetto, si studia il fenomeno del “potere alimentare”, che consiste nell’utilizzare la fornitura di alimenti per fare pressione su un partner o su di un avversario per modificarne le posizioni politiche. La fornitura di aiuti alimentari perse la connotazione umanitaria per mostrare il vero volto di strumento al servizio della geopolitica. In tal modo sarebbero emerse le reali cause socio-politiche della malnutrizione, tali da offrire un’immagine assai meno nobile degli embarghi o dei boicottaggi contro questo o quel regime, spesso realizzati in nome del rispetto dei diritti dell’uomo.

Aver scoperto negli anni ’90 la forza del “potere alimentare” ci consente oggi di analizzare più facilmente l’uso politico dei vaccini. Inoltre, così come vi sono analogie tra Covid-19/BSE e mercato agro-alimentare nonché mercato sanitario, un’interessante analogia è individuabile nella coppia vaccini-OGM in agricoltura (e nella definizione di tali OGM includo anche i nuovissimi-ma-non-troppo NBT).

Cosa unisce vaccini e OGM? Sicuramente le regole del mercato che valgono per entrambi nella vendita-diffusione nelle rispettive branche, ma anche le regole della proprietà dei brevetti e il ruolo che questi hanno nel mercato, basata su ragioni piuttosto diverse dalla motivazione di “tutela della proprietà intellettuale”, che ne è il fine sbandierato.

In premessa, vale la pena chiarire che le innovazioni tecniche o anche scientifiche rappresentano una “rivoluzione” quando il genere umano se ne appropria avviando una loro rapidissima diffusione, mentre diversamente rappresentano una semplice “evoluzione tecnologica”, magari con moltissime applicazioni, ma la cui introduzione non genera cambiamenti radicali.

I vaccini sono delle innovazioni “rivoluzionarie” mentre gli OGM, a mio avviso, non appartengono a questa categoria, trattandosi d’innovazioni che non hanno apportato quel di più necessario a farle diventare uno strumento “impensabilmente indispensabile” al genere umano.

Questa opinione è suffragata dal fatto che, pur esistendo dalla metà degli anni ’80, il loro impiego in agricoltura ha avuto una diffusione altalenante e non rapidissima, raggiungendo una stabile diffusione solo grazie ai massicci investimenti di sostegno utilizzati (economici, politici, d’immagine). Per fare un paragone temporalmente accettabile, i telefoni cellulari diffusisi successivamente e senza il medesimo sostegno, in pochissimi anni hanno raggiunto tutto il mondo ed ora hanno un mercato che vive delle sue segmentazioni interne e non necessita di promozioni per introdurne l’uso. Purtroppo, oggi le innovazioni, perfino nel campo sanitario, hanno a che fare con il mercato. L’introduzione dei vaccini e la sua diffusione, invece, furono legati a un meccanismo di promozione sociale, gestito dai governi e dalle comunità, dalle aziende e dalle associazioni. Ricordo il classico esempio dell’eliminazione della piaga della poliomielite attraverso l’impiego del vaccino Sabin, dopo che il suo scopritore aveva rinunciato ai diritti di proprietà, permettendone così la produzione a basso costo e la sua diffusione proprio nelle zone più povere, ove le epidemie erano endemiche. Che le regole del mercato non favoriscano, anzi interferiscano, con i sistemi di prevenzione dovrebbe essere abbastanza evidente. Eppure, tutto continua a funzionare come se, grazie al mercato, la nostra vita fosse migliorata.

Ricordiamo che la vicenda AstraZeneca è sorta da una richiesta della Germania sui possibili effetti dannosi collaterali, a seguito della sua somministrazione.

La tutela della salute passa attraverso il mercato e le regole della concorrenza prevedono attori in lotta tra loro, con alleanze e competizione, in base a fattori che prescindono dalla salute.

Tutti i vaccini anti-Covid che stiamo usando sono stati ottenuti con procedure semplificate e con il metodo dell’ingegneria genetica, quindi pre presentano tutti degli aspetti problematici, non fosse altro che per la quasi assenza di test a medio periodo. Secondo questa logica, tutti i vaccini potrebbero avere effetti evidenti solo dopo una prima fase, ma alcuni effetti commerciali ed economici sono evidenti sin da ora e i diversi attori - che siano industrie detentrici del brevetto o Stati – cercheranno di ostacolare quelli sfavorevoli ed avvantaggiarsi delle “occasioni di mercato”. Non deve meravigliare se il vaccino AstraZeneca, brevetto che porta denaro (molto) e lavoro (poco) nel Regno Unito e in Svezia, dopo la Brexit non sia molto apprezzato

nell’Unione europea, i cui Paesi-membri ne hanno già trovato tutti i punti deboli possibili per ostacolarne la diffusione.

In realtà, non si dovrebbe riporre nel vaccino tutte le speranze di uscita dalla pandemia: senza la prevenzione, senza il superamento delle condizioni ambientali favorevoli allo sviluppo del virus e al “salto di specie”, difficilmente potremo attuare una difesa efficace.

Questa possibilità ulteriore si chiama prevenzione e si realizza con il progressivo cambiamento degli stili di vita e costruendo con gli altri viventi rapporti radicalmente diversi da quelli attuali. Il primo passo è l’applicazione del principio di precauzione per ogni farmaco o vaccino. Ma, se a dominare la distribuzione dei vaccini è la logica del mercato, ciò favorirà certamente qualcuno a scapito di altri e questo produrrà un effetto a catena nel settore economico e commerciale. Ciò che il dominio del mercato produce anche nel settore sanitario è uno scontro durissimo che coinvolge Paesi e multinazionali, con giochi di alleanze che hanno poco a che vedere con la lotta contro la pandemia e che prefigurano una “cronicizzazione” del problema. Non per caso ho citato gli OGM, perché la loro presenza sui mercati della produzione agricola ha bloccato la possibilità di autosufficienza per agricoltori e Paesi nella produzione e gestione delle risorse primarie, legando mani e piedi dei produttori al brevetto, nonché alle sorti e alle scelte delle multinazionali. Per impedire che la stessa cosa accada per i vaccini contro il Covid-19 l’unica strategia è quella di sottrarre la proprietà a Big Pharma e renderla comune, per fare in modo che gli investimenti possano essere distribuiti e, con essi, anche i rischi di fallimento della strategia di difesa. Mentre scrivo è in corso una petizione dei cittadini comunitari (ICE è il suo acronimo) che aspira a raccogliere un milione di firme di cittadini dell’UE in favore di un regolamento comunitario che blocchi i brevetti e sottragga i vaccini contro il Covid-19 alla speculazione ed al mercato. Si chiama “NO PROFIT ON PANDEMIC”, e ci sarà tempo per firmarlo fino a maggio del 2022. Io l’ho già fatto e spero di avere chiarito le mie motivazioni.

Note

1) Una parafrasi della la famosa frase : « È la stampa, bellezza! La stampa! E tu non ci puoi far niente! Niente!», pronunciata da Humphrey Bogart alla fine del film L’Ultima minaccia. Si tratta di uno Snowclone, come definito da Glen Whitman, Phrases for Lazy Writers in Kit Form Are the New Cliches, su agoraphilia. blogspot.com, 14 gennaio 2004.

2) Agronomo, ufficio di presidenza dell’ACU – Associazione Consumatori Utenti.

3) Comunicato stampa del Ministero della sanità italiano 08/04/2021

4) Comunicato stampa cit. 08/04/2021

5) Comunicato stampa cit. 08/04/2021

6) E’ la definizione di Serge Latouche, relativa agli individui marginalizzati dal processo di globalizzazione dell’attuale sistema economico. A questo tema egli ha dedicato il saggio Il pianeta dei naufraghi, Bollati Boringhieri, 1993.

7) Comunicato OMS dell’11 gennaio 2020.

8) Economia circolare è una locuzione che definisce un sistema economico pensato per potersi rigenerare da solo garantendo dunque anche la sua ecosostenibilità. Secondo la definizione che ne dà la Ellen MacArthur Foundation, in un’economia circolare i flussi di materiali sono di due tipi: quelli biologici, in grado di essere reintegrati nella biosfera,

e quelli tecnici, destinati ad essere rivalorizzati senza entrare nella biosfera.

9) L. Battaglia, M. Kilani, R. Marchesini, A. Rivera, Homo sapiens e mucca pazza. Antropologia

del rapporto con il mondo animalea cura di A. Rivera, Dedalo, Bari 2000.

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