Chi cambierà il mondo?

Aggiornato il: apr 1



Non le politiche economiche locali– con ciò intendendo quelle dei singoli Paesi – ma le associazioni nazionali di scopo che abbiano chiari sia gli obiettivi sia gli strumenti per conseguirli. Ma il cambiamento non necessariamente sarà “in meglio”,soprattutto se a prevalere saranno le logiche dei profitti indipendenti dagli effetti sui sistemi sociali e ambientali. Tuttavia, potrebbe anche accadere che una sana concorrenza obblighi più blocchi contrapposti – da un punto di vista economico – a confrontarsi con le idee degli altri, non foss’altro che per il fatto che l’egemonia economica, dapprima prerogativa dei Paesi occidentali – in primis USA – si è dapprima spostata verso un asse USA-EU e poi ha visto crescere un terzo “incomodo” rappresentato dalla potenza economica cinese. E così, si offre ai nostri occhi un nuovo scenario che vede Paesi di un blocco transitare in un altro, oppure uscire dagli uni e dagli altri per correre da solo – anche se per breve tempo – e infine avvicinarsi a un terzo, che, magari, a seconda della classe politica e dirigente che governa il Paese, ha maggiori simpatie (economiche) per quest’ultimo. Economiche, per l’appunto; non necessariamente né più obbligatoriamente – come prevedrebbero alcuni principi illuministici ormai passati di moda, salvo che a scuola ove li si insegna senza convinzione – accompagnati o quanto meno seguiti da maggiori libertà per gli individui e maggiori tutele per l’ambiente

, che subisce gli effetti dell’economia quando quest’ultima non si interroga anzitempo sugli effetti che può avere su aria, acqua, suolo, paesaggio e beni naturali! In principio fu l’”ASEAN, la cui segreteria è a Jakarta, definita dai suoi membri come “A Community of Opportunities for All” (una comunità di opportunità per tutti) e di cui fanno parte (coi rispettivi nomi in EN, in ordine alfabetico, come democraticamente compaiono sul sito ufficiale dell’Associazione) Brunei Darussalam, Cambodia, Indonesia, Lao PDR, Malaysia, Myanmar, Philippines, Singapore, Thailand, Viet Nam. A novembre 2020, un po’ in sordina, è però forse nata una nuova stella nel firmamento economico mondiale, che include i dieci 10 membri della Association of Southeast Asian Nations (Asean), oltre a China, Japan, South Korea, Australia e New Zealand. Si tratta, in effetti, di una seria risposta cinese allo sgarbo fatto alla Cina dalla Trans-Pacific Partnership (TPP), dai cui accordi è stata esclusa, nel 2016, di sicuro allo scopo di calmierare gli effetti dirompenti del suo sistema produttivo sui mercati europei, americani e finanche asiatici. Ad ogni modo, dopo l’uscita di scena degli USA nel 2017, dopo l’insediamento di Donald Trump alla Casa Bianca, l’iniziale gruppo di Stati aderenti (circa una ventina) al TPP, ha dato vita al Comprehensive and Progressive Agreement for Trans-Pacific Partnership (CPTPP). Sebbene includa un minor numero di paesi, il CPTPP ha ridotto ulteriormente le tariffe e ha incluso importanti disposizioni sul lavoro e sull’ambiente rispetto a quanto attualmente previsto dal RCEP. Che c’è di male se un certo numero di Stati non accomunati da altro interesse che veder crescere il proprio Prodotto Interno Lordo (PIL) decidono di creare un blocco economico in grado di contrastare e concorrere con quello dei paesi atlantici, che sostanzialmente abbraccia Stati Uniti d’America ed Europa? Nulla, se non fosse che l’anzidetto nuovo blocco, che si riconosce nel Regional Comprehensive Economic Partnership (RCEP), non si fonda certo sui principi della democrazia, della libertà individuale, della libertà di parola e del rispetto per l’uomo e finanche della Social Accountability e, quanto meno, non considera questi sacrosanti principi conditio sine qua non per potersi sposare con un anello al dito che potrà, comunque, sempre passare di mano; se l’ha fatto il Regno Unito con l’Europa, potrà farlo Chiunque altro in sistemi meno rigidi! E così, nonostante le differenti posizioni degli uni e degli altri relativamente a stato sociale e libertà – di cui per altroné gli uni né gli altri fanno mistero, con un lavoro di diplomazia (economica) si è riusciti a mettere insieme, non solo intorno allo stesso tavolo di discussione ma intorno allo stesso banchetto, Cina e Giappone, che notoriamente non vanno a braccetto, ma anche la Nuova Zelanda e l’Australia, che tradizionalmente, culturalmente e socialmente non ha granché a che fare con gran parte dei suoi nuovi Partner e che sinora non ha fatto sconti di critiche alla Cina, per talune sue posizioni senz’altro stigmatizzabili! Anche l’India è stata invitata ai negoziati, ma lo scorso anno a seguito di alcune preoccupazioni per la possibilità che venissero definiti prezzi di importazione più bassi – in seno all’accordo – si è tirata fuori a tutela dei produttori locali; per ora, almeno! Volendo essere più chiari, è nato – in punta di piedi - un blocco economico i cui membri – nonostante le differenze, soprattutto relativamente alle libertà individuali e ai principi di governo cui si ispirano – hanno trovato un accordo per contrastare, attrarre, orientare, sviluppare un nuovo ordine (economico) mondiale! La Regional Comprehensive Economic Partnership ha, quale primo obiettivo, infatti, la riduzione – entro 20 anni – delle tariffe di importazione (Free Trade Agreements); essa comprende, altresì, previsioni sulla proprietà intellettuale, sui servizi finanziari, sulle telecomunicazioni, sull’e-commerce e i servizi professionali. Di sicuro, anche le regole sull’origine dei prodotti (Rules Of Origin) potrebbe avere, in futuro, un impatto sul commercio mondiale (dal made in Italy al più recente made in EU, sino al “preoccupante” made in China e – mi sia consentito - al made in ASEAN+). L’Europa sta a guardare, gli Stati Uniti d’America per ora non si pronunciano – neppure per bocca del Presidente eletto Joe Biden) – e l’Italia – manco a dirlo – probabilmente non si è neppure resa conto dell’importanza di quanto accade sotto i suoi occhi, concentrata com’è – da sempre – a guardare e coltivare il suo orticello senza neppure accorgersi di ciò che accade poco più in là dei suoi confini! Vedremo cosa deciderà di fare una nazione come la Germania, che di macroeconomia ne mastica e, anzi, dopo la fine della seconda guerra mondiale ne ha fatto lo strumento per governare a minor prezzo e con maggior profitto l’area che oggi si riconosce appartenere alla nuova Europa, in cui si entra, si esce o si cerca di entrare. In fondo, anche l’ingresso della Turchia in EU presenta analoghi problemi per gli Stati europei, sostanzialmente cristiani e liberali! Anche se l’idea di Europa travalica i confini dell’ambito economico e abbraccia, almeno nelle intenzioni, aspetti legati alla tutela dell’ambiente, i temi della sicurezza, della stabilità, della libertà. Dunque, a ben pensare, la Turchia sta all’Unione Europea come l’Australia sta alla Cina! Ma la curiosità è grande anche relativamente all’attenzione e risposta che sarà data, relativamente al RCEP, da parte del Regno Unito, anche per via della Brexit in corso! Il 26 novembre ultimo scorso la BBC ha dedicato all’argomento un interessante articolo a firma di Tim McDonald (BBC News, Singapore), in cui si tratteggia il possibile nuovo ordine economico mondiale basandosi su due considerazioni di una certa rilevanza: l’associazione (partnership) abbraccia stati che insieme rappresentano un terzo della popolazione mondiale e il cui PIL è circa un terzo di quello mondiale! Sul piano pratico occorre considerare gli effetti del libero scambio di merci a tariffe ridotte in seno all’area geografica di pertinenza della partnership: un prodotto realizzato in Indonesia con parti provenienti dall’Australia oggi ha un prezzo di vendita che implicitamente sconta il caro pezzo dei dazi doganali; domani non sarà più così in forza del presumibile effetto degli accordi fra compagnie insediate all’interno del terzo blocco economico, che si scambieranno beni a prezzi più competitivi per esse e per i propri clienti, con una maggiore appetibilità degli stessi sul mercato globale. La nuova Free Trade Zone (zona di libero commercio) costituita dai partner anzidetti è più grande di quella rappresentata dall’Unione Europea (EU) e dal sistema economico USA – Canada – Mexico; ciò significa che la massa critica della nuova “zona” di influenza è enorme e può, pur con le differenze “interne” su temi politico - culturali cari agli europei, reggere il confronto con gli altri mercati, che finirà senz’altro per condizionare. Speriamo in meglio...!

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