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Luglio/Agosto 2016

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CONSUMO DI SUOLO

Ogni giorno nel nostro Paese vengono coperti 100 ettari di terreno

L’ISPRA, l’Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale, ha pubblicato l’edizione 2014 del report sul consumo di suolo in Italia, ripercorrendo l’evoluzione del fenomeno dal 1956 al 2012. I dati diffusi sono allarmanti: negli ultimi tre anni in Italia sarebbero stati ricoperti altri 720 chilometri quadrati di aree naturali e terreni agricoli, pari a circa 8 metri quadrati al secondo. Per operare un paragone efficace e rendersi pienamente conto della gravità del problema, basti pensare che questa cifra equivale alla superficie complessiva dei comuni di Bologna, Firenze, Milano, Napoli e Palermo.

A occupare fette sempre maggiori di suolo sono autostrade, infrastrutture, fabbricati, industrie, capannoni e nuovi complessi residenziali che fanno letteralmente esplodere le città, ampliando sempre più le periferie e penalizzando la riqualificazione dei centri urbani. La situazione peggiore si registra nella pianura padano-veneta, dove l’urbanizzazione dei terreni agricoli per nuove attività industriali, centri commerciali e complessi residenziali non accenna ad arrestarsi. Le regioni che nel 2012 hanno superato il 5% di suolo consumato sono: Lombardia, Veneto, Emilia Romagna, Lazio, Campania, Puglia, Sicilia.

In Veneto e in Lombardia il suolo consumato ha superato la percentuale del 10%, mentre in Campania, Emilia Romagna, Lazio, Puglia e Sicilia la cementificazione ha fatto registrare valori compresi tra l’8 e il 10%.

Per quanto riguarda i comuni con le più alte percentuali di consumo di suolo la maglia nera va a Napoli con il 62,1% di territorio cementificato. Seguono: Milano con il 61,7% , Torino con il 54,8%, Pescara con il 53,4%, Monza con il 48,6%, Bergamo con il 46,4 % e Brescia con il 44,5%

La cementificazione ha poi pesanti ripercussioni sui cambiamenti climatici. Dal 2009 al 2012 ha prodotto infatti l’immissione in atmosfera di ben 21 milioni di tonnellate di CO2, aggravando il riscaldamento globale e allontanando l’Italia dagli obiettivi per la riduzione delle emissioni stabiliti dall’UE per il 2020. Altri effetti devastanti della cementificazione sono la mancata permeabilizzazione dell’acqua che ci è costata soltanto negli ultimi 3 anni 500 milioni di euro, e la perdita di terreno da destinare alle colture alimentari.

Se i 70 ettari di suolo perso ogni giorno fossero coltivati esclusivamente a cereali, nel periodo 2009-2012 avremmo impedito la produzione di 450.000 tonnellate di cereali, con un costo di 90 milioni di Euro ed un ulteriore aumento della dipendenza italiana dalle importazioni.

Sotto minaccia anche la biodiversità del nostro paese: il 50% dei vertebrati, il 15% delle piante superiori e il 40% di quelle inferiori sono a rischio a causa della trasformazione o distruzione degli habitat naturali, dei pesticidi, dell’inquinamento delle acque, del disboscamento e degli incendi. Ancora forti anche bracconaggio e pesca illegale, che impoveriscono ulteriormente campagna e mare.

 


 

 

 

 

 

Alle soglie dell’Expo: Il Parco Expo e la riapertura dei Navigli

Due anni fa circa, i cittadini milanesi approvavano a larghissima maggioranza dei votanti i 5 referendum per l’ambiente e la qualità della vita di Milano. Gli obiettivi furono fatti propri dalla Giunta come impegni per gli anni di amministrazione della città e in tal senso è stato promulgato un decreto attuativo. Nel giugno 2013 il Comitato Milano si Muove ha organizzato un Convegno per fare un’analisi su quanto era stato raggiunto e su quello ancora da fare e che aveva incontrato ostacoli.

 

Ci piace oggi ricordare quanto era allora emerso sul terzo referendum per conservare il Parco Expo e sul quinto referundum per la riapertura dei Navigli.

Per quanto riguardava il Parco Expo, Damiano Di Simine, in qualità di Presidente Legambiente Lombardia, confrontando progetti con le promesse con cui nacque la candidatura milanese quale sede dell’Expo ha ricordato che quando fu annunciata la volontà di candidare Milano si prospettò un evento a 'impatto zero': niente traffico, grazie agli investimenti sul trasporto collettivo, elevati standard di efficienza energetica e di produzione da fonti rinnovabili, grandi interventi di compensazione paesaggistica e forestale, una eredità positiva alla città, che a evento concluso avrebbe avuto nuovi spazi verdi permanenti. A due anni, neanche, dall’appuntamento, il progetto espositivo si è impoverito molto e le opere concluse sono pochissime. Simine ha allora invitato il Comune a prendere soluzioni coraggiose e ad essere meno timido nel procedere con posizioni intraprese riguardo l’organizzazione degli spazi nella città e nella sua viabilità; infine si è appellato ai cittadini chiedendo espressamente di essere partecipi del “progetto viabilità” utilizzando il più possibile i mezzi pubblici.

Di seguito Eliot Laniado, docente al Poltitecnico di Milano e ricercatore del CNR, è poi entrato nel merito degli aspetti pratici; concreti di quanto non è stato realizzato nel piano urbanistico del Parco Expo; portando delle slide che hanno mostrato le seguenti caratteristiche

  1. le aree verdi saranno la metà di quelle promesse;

  2. tra quelle realizzate, la maggior parte da permanenti saranno temporanee; il che vuol dire che una volta terminato l’evento potrà essere fatto qualunque uso dei terreni;

  3. gli uffici istituiti da permanenti che dovevano essere saranno temporanei;

  4. le serre vengono eliminate;

  5. aree che erano state progettate per essere parzialmente coltivate diventeranno parzialmente libere;

  6. Le aree provvisorie saranno completamente dimesse.

Tutto questo significa che il Parco Expo che doveva lasciare una eredità che avrebbe consentito una continuità di verde; uffici di lavoro per eventi; spazi di laboratorio; strutture di ricerca viene a scemare completamente. In più poiché andrà ridefinita l’area, ci saranno costi enormi da sostenere per modificare l’assetto – piano urbanistico realizzato in una ottica di permanenza.

Per quanto riguardava la riapertura dei Navigli era stato presentato un progetto realizzabile entro il 2015:: La via d’Acqua di Expo: che consiste nel recupero di un itinerario navigabile e ciclabile tra il Lago Maggiore e Milano. Tale ripristino include, la sistemazione delle sponde del tratto urbano del Naviglio Grande, il recupero della Darsena con il recupero del suo collegamento con la conca di Viarenna, la riattivazione idraulica della conca dell’Incoronata e la realizzazione, lungo la cerchia del Naviglio Interno, di un percorso continuo ciclo-pedonale evidenziato da un opportuno “segno” caratteristico a livello di arredo urbano.

Bene, per la fine di maggio di quest’anno, a un anno da Expo, la Consulta cittadina per l’attuazione dei cinque referundum presenterà una relazione sullo stato di realizzazione del “mandato popolare” del 2011. Il documento sarà un check up e una valutazione di quanto l’amministrazione ha messo in campo in questi tre anni per attuare le indicazioni dei cinque referundum ambientali. Intanto la Consulata ha sollevato un dubbio di “leggitimità” sull’intervento di riqualificazione in corso in Darsena. I referundum oltre a chiedere la riapertura dei Navigli impegnavano a preservare il tracciato dei Navigli in vista di una futura riapertura. Cosa che l’attuale intervento in Darsena non fa, andando anzi a costruire una barriera che dovrà essere abbattuta quando si deciderà di riattivare la Conca di Viarenna.

www.milanosimuove.it

 


 

 

 

 

Smog killer a Milano e Torino: inquinamento toglie 3 anni di vita

L’inquinamento uccide. Esattamente come le sigarette, l’aria inquinata comporta malattie diffuse nella popolazione che possono compromettere l’aspettativa di vita. Questo aspetto però non rappresenta tanto una novità, era risaputo che l’inquinamento mettesse a rischio la vita delle persone


Quello che però sorprende è l’entità della riduzione dell’aspettativa di vita. Nelle città italiane più inquinate, Milano e Torino, si possono perdere dai 2 ai 3 anni di vita, secondo lo studio pubblicato oggi da un gruppo di specialisti riuniti nell’Associazione lotta alla trombosi.

Durante un convegno che si è recentemente tenuto i medici hanno condiviso dei dati sconcertanti. In tutto il mondo l’inquinamento atmosferico provocherebbe 3 milioni di morti ogni anno. Secondo le statistiche in tutto il pianeta muoiono 53 milioni di persone all’anno, il che significa che l’inquinamento potrebbe essere una delle cause principali. Il motivo è noto: l’aria inquinata provoca il cancro, ma anche malattie respiratorie come asma e polmoniti, trombosi, infarto, ictus ed embolia polmonare.

Le istituzioni devono passare subito ai fatti. Cambiare stile di vita è un’urgenza. Per contrastare questi numeri non ci sono ricette particolari, bisogna ridurre il traffico e considerare il ruolo non trascurabile dell’inquinamento nelle case.afferma Pier Mannuccio Mannucci, direttore scientifico della Fondazione Ca’ Granda. Per la precisione le particelle sottili contenute nell’aria aumentano di un quarto la probabilità di ammalarsi di infarto e di un terzo di ictus. La situazione si fa ancora più grave nella Pianura Padana dove, a causa della conformazione geografica, gli agenti inquinanti sono destinati a ristagnare, aumentandone le concentrazioni nonostante i tanti tentativi come l’istituzione dell’Area C o le limitazioni al traffico.

Per questo e altri motivi in una città come Milano un aumento di 10 micron per millimetro cubo di PM10 provoca l’incremento degli infarti del 20%. Ciò significa che nel capoluogo lombardo ogni anno muoiono circa 230 persone a causa dello smog. Numeri simili si registrano anche a Torino, mentre a Roma la situazione è meno tragica in quanto, seppur molto trafficata, è una città anche più ventilata e dunque l’aria inquinata ristagna meno.

L’appello che i medici ora fanno è rivolto direttamente all’Unione Europea affinché prenda provvedimenti seri per ridurre drasticamente le emissioni, in particolare quelle domestiche. E la grande opportunità arriva adesso, con il semestre di presidenza italiano.

 


 

 

 

 

29 Marzo scatta l'ora della terra

Ognuno di noi è parte del problema e allo stesso tempo parte della  soluzione, a partire dalla riduzione delle emissioni di gas serra nelle abitudini quotidiane fino allo stimolo nei confronti dei governi affinché si adottino politiche energetiche a favore delle  fonti rinnovabili e dell’efficienza energetica. Ridurre le emissioni di gas serra responsabili del cambiamento climatico significa anche intervenire sui nostri consumi di energia: tutte le persone, istituzioni, comunità, aziende, devono unirsi  per avviare un grande cambiamento. E’ questo il messaggio dell’evento del 29 marzo – Eart Hour/Ora della Terra che vedrà di nuovo una  mobilitazione mondiale per il clima.

Il movimento globale del WWF, giunto alla sua ottava edizione e che vedrà spegnersi ‘simbolicamente’ le luci per un’ora in ogni angolo del pianeta,  unisce tanti piccoli gesti e comunità e li rende una grande forza planetaria. Dall’Amazzonia fino all’Artico, lo spegnimento simbolico quest’anno inizierà nelle isole Samoa (alle 20.30 ora locale, circa le 8.30 del mattino in Italia) e dopo il giro della terra, l’evento si chiuderà a Tahiti. L’Ora della Terra, che l’anno scorso ha visto partecipare oltre 2 miliardi di persone in 7.000 città e 154 Paesi del mondo, è il più potente strumento mai creato per coinvolgere il mondo intero, a tutti i livelli della società, nel cambiamento di cui la vita sul pianeta e il nostro futuro hanno bisogno.

Centinaia gli eventi e le iniziative speciali sul web e nelle migliaia di città coinvolte in tutto il mondo: quest’anno è sceso in campo anche un personaggio di eccezione, Spider-Man, il primo supereroe ambasciatore per Earth Hour grazie ad un accordo con la Sony Pictures in occasione dell’uscita del film The Amazing Spider-Man 2: Il Potere di Electro in 3D (nelle sale italiane dal 23 aprile e distribuito dalla Warner Bros. Pictures Italia).

Tutti possono aderire spegnendo ‘simbolicamente’ per un’ora la luce a casa, in ufficio, nei musei e segnalando la propria partecipazione sul sito dell’evento www.wwf.it/oradellaterra e  postando le foto su https://www.facebook.com/wwfitalia (le foto caricate sulla pagina WWF con l’indicazione del luogo verranno rese visibili). E per aiutare la specie simbolo del cambiamento climatico, il WWF ha lanciato la Campagna Orso Polare

Vi saranno gli spegnimenti dei simboli del pianeta, come l’Empire State Building, il Tower Bridge di Londra, il castello di Edimburgo, la Porta di Brandemburgo, la Torre Eiffel, il Cremlino e la Piazza Rossa di Mosca, il Ponte sul Bosforo, il Burj Khalifa, il grattacielo più alto del mondo, la marina Bay Sands di Singapore. Si aggiungeranno iniziative speciali come concerti, sfilate di candele, flash mob, esibizioni di danza, piantagioni di alberi. Il messaggio per il clima verrà diffuso ovunque, dalla Finlandia dove il WWF ha promosso un appello per salvare l’Artico a Parigi, dove si chiederà ai cittadini di scatenare una vera e propria tempesta di tweet per chiedere ai propri rappresentanti istituzionali che parteciperanno nel 2015 alla COP21 sul clima (Parigi) di firmare un trattato internazionale vincolante sulla riduzione entro il 2020 delle emissioni di CO2.

In Italia, nella Capitale si spegneranno la Cupola e la facciata della Basilica di San Pietro, davanti ad un’installazione dedicata. Insieme a testimonial e artisti ci sarà anche il fumettista Giacomo Bevilacqua (autore di A Panda Piace) che coinvolgerà il pubblico più giovane in un’iniziativa artistica. Tra le tante adesioni che stanno arrivando si segnalano: Firenze piazzale Michelangelo osservazioni celesti con telescopi in collaborazione con Osservatorio Astrofisico di Arcetri e la Basilica di Santa Croce. A Napoli il WWF Campania sarà presente alla fiera dedicata all’efficienza energetica e alle rinnovabili Energy Med con attività di educazione e sensibilizzazione sul tema del risparmio energetico e alla Città della Scienza venerdi 21 alle 16.30 c’è la possibilità di incontrare Thomas Stocker dell’Università di Berna e membro dell’IPCC il Gruppo intergovernativo di esperti sul cambiamento climatico che elabora i dati a livello mondiale per conto dell’ONU che parlerà del tema ‘Dove è finito l’inverno?’. A Venezia si spegneranno le luci di Piazza San Marco e del Palazzo Ducale, a Milano per la prima volta si spegnerà Palazzo Lombardia,  in Sicilia la Valle dei Templi.

Anche quest’anno le imprese partner del WWF hanno aderito all’appuntamento Earth Hour promuovendo il messaggio WWF a favore del clima e della sostenibilità. Auchan spegnerà l’insegna esterna dei centri commerciali, abbasserà le luci all’interno degli Ipermercati e realizzerà attività di sensibilizzazione sul tema della riduzione degli sprechi e delle risorse. Mutti, impegnato con WWF a ridurre la propria impronta idrica e di carbonio sull’intera filiera produttiva, sensibilizza dipendenti e consumatori sui temi dell’iniziativa. Sofidel, membro del programma internazionale WWF Climate Savers per la riduzione delle emissioni, spegnerà simbolicamente le insegne luminose degli stabilimenti italiani. UniCredit, attivo anche attraverso la partnership con WWF sul tema clima e energia, aderisce anche quest’anno spegnendo gli edifici più rappresentativi, come la torre di Porta Garibaldi a Milano.

http://www.wwf.it/noi_facciamo/oradellaterra/

 


 

 

 

 

L'eolico in Cina batte nucleare

Crescendo con ritmi elevatissimi, per cui probabilmente supererà l'obiettivo di 200 GW nel 2020. Il nucleare sconta costi più alti, tempi più lunghi riserve meno abbondanti e il rallentamento del post Fukushima


Nel 2013 i parchi eolici in Cina hanno prodotto la bellezza di 135 TWh di energia elettrica, una quantità pari a circa la metà della produzione complessiva italiana.

Come si può vedere dal grafico in basso, per la prima volta l’energia prodotta dal vento ha superato in modo significativo quella da fonte nucleare del 22%, che si è fermata a circa 110 TWh.

Il confronto eolico-nucleare non nasce da pura curiosità, ma dal fatto che entrambi i settori energetici si propongono come alternative alle fonti fossili: in Cina i tre quarti della produzione di eletricità vengono infatti dal carbone, con enormi problemi per l’ambiente e la salute. Il confronto è quindi opportuno, dal momento che ogni yuan speso nel nucleare non può essere utilizzato nell’eolico e viceversa.

In questi ultimi 10 anni, la crescita della produzione eolica cinese si è letteralmente centuplicata, con un tasso che ha superato il 70% all’anno. Ora i ritmi si sono rallentati, ma rimagono pur sempre intorno al 35% annuo, per cui l’obiettivo di raggiungere i 200 GW nel 2020 con una produzione prevista di oltre 340 TWh sembra essere a portata di mano.

La produzione nucleare è cresciuta più lentamente, perchè gli investimenti sono molto più alti e i tempi di realizzazione sono più lunghi, cinque o sei anni, mentre un parco eolico può essere messo all’opera in meno di un anno. Il grave disastro nucleare di Fukushima ha inoltre rallentato tutti i progetti.

Se eolico e nucleare dovessero mantenere il ritmo di crescita degli ultimi cinque anni è possibile che nel 2020 l’energia prodotta dal vento sia del 60% superiore. A favore del vento gioca anche il fatto che la Cina ha un enorme estensione di territori deserti con buona producibilità. Nelle province ventose del nord ovest è in costruzione il più grande parco eolico del pianeta che nel 2020 raggiungerà i 20 GW.

Le riserve nucleari della Cina sono invece relativamente scarse, poco più di 160 mila tonnellate di uranio estraibile a un costo ragionevole (1), equivalenti a poco più di 30 anni di consumo con un’ipotetica produzione al 2020 di 200 TWh secondo il trend attuale.

La combinazione di tutti questi fattori farebbe propendere a scommettere che sarà il vento a vincere la corsa, allungando le distanze.


1) 171 mila t nel 2008 meno il consumo degli utlimi cinque anni, stimato in un tonnellata ogni 40 GWh prodotti


 

 

 

 

 

 

FABRIQ: incubatore di imprese sociali a Milano

Nasce a Milano il primo incubatore di imprese sociali, inaugurato dal Sindaco Pisapia e dall’Assessore alle Politiche per il Lavoro Ricerca ed Università Cristina Tajani nella sede di Quarto Oggiaro. FabriQ aprirà i battenti ufficialmente il 22 gennaio, data che segnerà l’evento di lancio del nuovo incubatore finalizzato a favorire lo sviluppo di start-up in ambito sociale.

Cos’è FabriQ

FabriQ è il nuovo incubatore di imprese sociali avviato nel Comune di Milano e costituito da uno spazio di 650 mq destinato ad accogliere 15 nuove start-up nei primi due anni di attività. Proprio nel corso dell’evento di lancio sarà reso noto il primo bando finalizzato al’erogazione dei primi 5 percorsi di incubazione che partiranno in primavera.

Percorsi di incubazione per start-up

I progetti di impresa che saranno ammessi al bando potranno contare su uno spazio di lavoro all’interno dell’incubatore, ma anche su un percorso di accompagnamento mirato a sostenere la nascita dell’impresa. Saranno selezionate le start-up basate su una notevole capacità di produrre innovazione sociale e favorire maggiore benessere nell’area metropolitana di Milano. Sono anche previsti co-finanziamenti di 28mila euro mirati a favorire l’avvio delle nuove imprese.

 

 

 

 


 

 

 

 

Edificio in bioarchitettura ecocompatibile sospeso da terra

Si chiama the Calls Henge 36 ed è uno progetto di bioarchitettura ecocompatibile presentato dall'italiano StudioDosi in risposta ad un concorso per la migliore soluzione creativa e sostenibile per la realizzazione di un centro commerciale di ben 6 piani. L'interessante proposta avanzata dallo studio italiano prevede una struttura sospesa da terra e sostenuta da tralicci, che permette di lasciare libero al passaggio lo spazio sottostante.

Diversamente dai grattacieli che permettono di risparmiare spazio orizzontale sviluppandosi verticalmente, questo edificio sospeso di spazio non ne occupa o quasi. L'integrazione con il paesaggio è totale, con una mesh verde che ricopre l'edificio, assieme a superfici vetrate circolari e piattaforme in legno a sbalzo. E' ricoperto da pannelli solari fotovoltaici e termici, inoltre pompe geotermiche soddsfano il fabbisogno energetico. Secondo le direttive del documento “Leeds Waterfront Strategy”, i materiali ed i dettagli di The Calls Henge, complementari all’architettura vernacolare, si integrano col paesaggio. E’ concepito per essere un elemento risolutivo, una cerniera tra gli edifici storici adiacenti e il fiume.

The Calls Henge rispetta la visuale degli edifici storici, essendone complementare: ne diviene portavoce senza che ci sia mimesi. La sostenibilità è il motore tecnologico di The Calls Henge, l'energia geotermica contribuisce al riscaldamento, raffrescamento degli ambienti e a fornire l'energia per riscaldare l'acqua dei sanitari, i pannelli solari forniscono energia elettrica e acqua calda, un sistema di raccolta e riutilizzo dell'acqua piovana alimenta l'irrigazione e riduce lo spreco di acqua non potabile.

Ogni parte dell'edificio è realizzata con materiali riciclabili o riciclati o che richiedono un basso consumo energetico durante il loro processo produttivo.

 

 

 

 


 

 

Nuovi scenari nel campo dell’innovazione sostenibile

Di stampanti 3D, nuovi makers, artigiani digitali sentiamo parlare ormai sempre più spesso e con toni sempre più entusiastici. I progressi di questa tecnologia, che unisce la manipolazione della materia grezza, il saper fare di un mestiere acquisito e tramandato, l’accessibilità dell'open source e le più evolute frontiere del digitale, sta affascinando il pubblico e gli addetti ai lavori, aprendo nuove fette di mercato e spalancando nuovissimi scenari nel campo dell’innovazione sostenibile.

La Maker Faire che si è tenuta a Roma a ottobre 2013 (e in occasione delle quale abbiamo conosciuto il team di Tooteko che costruisce prototipi per rendere fruibile ai non vedenti un’opera d’arte tridimensionale) è stata, come sempre, un’eccellente e suggestiva vetrina di progetti ingegnosi, creativi e avveniristici. È lì, e non solo, che siamo idealmente tornati per andare a scoprire quali sono le applicazioni della stampa 3D più sorprendenti dal punto di vista della social innovation e della sostenibilità. Ecco cosa abbiamo scoperto.

La mano rotizzata di Nicolas Huchet.
Approdato alla Maker Faire di Roma da Rennes, in Francia, Nicolas è un
maker per necessità e per sfida. Entrato in fabbrica a 16 anni, due anni dopo ha perso la mano destra a causa di un brutto incidente sul lavoro. Dopo un periodo di grande sconforto è arrivata la voglia di reagire, Nicolas si è documentato e ha scoperto il mondo delle protesi di nuova generazione, quelle con le dita motorizzate che permettono di fare molti movimenti, ma sono estremamente costose.

Inaccessibili dal punto di vista del prezzo, queste protesi non lo erano però dal punto di vista della meccanica, non per Nicolas almeno, che ha raccolto la sfida e ha provato a costruirsi da solo una mano robotizzata. La svolta è arrivata dopo l’incontro con il Fab-Lab di Rennes e con i makers della città; con loro è nato il progetto BIONICO. Per arrivare a costruire il prototipo della mano bionica, Nicolas ha avuto bisogno di una stampante 3D e della collaborazione di un altro maker, lo scultore francese Gael Langevin, con il suo progetto open source “3D printed life size robot InMoov”.

Ma come animare la mano appena stampata? Innanzitutto si dovevano "intercettare" gli impulsi elettrici dei muscoli e dunque posizionare correttamente gli elettrodi sul braccio. Poi si doveva programmare opportunamente la scheda Arduino per gestire gli impulsi e trasformarli in movimenti della mano robotizzata. Insomma un’impresa tutt’altro che semplice. "Siamo soltanto all'inizio di un percorso che sarà lungo e pieno di difficoltà“, commenta il maker francese. "Ma anche i risultati finora raggiunti sembravano impossibili fino a pochi mesi fa". Quella di Nicolas e del suo collaboratore è una scommessa: dimostrare che è possibile costruire una mano robotizzata open source a basso costo, accessibile a tutti quelli che hanno subito un'amputazione, ma che non hanno grandi mezzi economici a disposizione. Parte della scommessa è già vinta perché il prototipo di mano robotizzata funziona e potrà funzionare sempre meglio, ora bisogna solo continuare a crederci, a condividere e collaborare per continuare a perfezionarla.

WASP e il sogno di “stampare” case in argilla
Un team di giovani studenti dell’ISIA capeggiati da
Massimo Moretti, artigiano da una vita e da qualche anno entrato a pieno titolo a far parte della community dei nuovi makers. Anche loro erano alla Maker Faire per presentare WASP, un progetto sostenibile che si autofinanzia attraverso lo sviluppo e la vendita di stampanti 3D, capaci anche di fresare e che funzionano come vere e proprie "personal fab", fabbriche personali.

È osservando la natura, in particolare il comportamento dell’ape vasaia che costruisce il suo nido costruisce il nido depositando piccole porzioni di terra bagnata le une sulle altre e compattandole con le mandibole e le zampe, che Massimo ha la sua personale illuminazione. Perché non prendere spunto dalla natura per costruire una casa (il proprio nido) con una stampante 3D? Le competenze maturate dal team nella bioedilizia e la consapevolezza delle condizioni abitative nel Sud del mondo generano un’altra domanda: perché non costruire case in argilla perfettamente ecosostenibili, producibili a basso prezzo, riciclabili e, perché no, belle e integrate con il territorio?
Wasp e al ricerca nel campo della
stampa 3D potrebbe rendere questo sogno realtà.

Reefs e la stampa 3D di fondali marini
Lo chiamano “
Ten Man Who Prints Houses”, l’uomo che stampa le case, lui è Enrico Dini, un ingegnere toscano, Presidente di D-Shape che alla Maker Faire ha presentato il progetto italiano Reefs, la stampa in tecnologia tridimensionale di barriere rocciose da impiantare nei fondali marini per favorire l’insediamento di pesci e coralli e ricostituire ecosistemi distrutti. Reefs è solo una delle applicazioni possibili di D-Shape: la tecnologia sviluppata da Dini partecipa infatti a un’iniziativa congiunta dell’Agenzia spaziale (Esa) e della Scuola Superiore Sant’Anna di Pisa per stampare moduli abitativi (cioè case) direttamente sulla Luna.

Oggetti su misura in bioplastica per persone affette da malattie croniche e debilitanti
Dietro c’è una squadra di ricercatori (+ LAB) del Politecnico di Milano che ha sviluppato un sistema di stampa in 3D per la realizzazione di oggetti di uso quotidiano su misura per persone affette da patologie degenerative. Gli oggetti sono realizzati in plastica biodegradabile derivata da fonti rinnovabili e sono pensati per incontrare i
bisogni speciali di persone affette da malattie degenerative che comportano, ad esempio, una perdita di motilità delle mani.

Oggetti come svitatappi, cursori zip, portacucchiai, manici ergonomici per spazzolini, spremi dentifricio, oggetti dei quali non potevamo immaginare l’esistenza, ma che possono rivelarsi estremamente utili e che possono agevolare l’esistenza di persone con patologie che debilitano progressivamente il sistema motorio.

Barilla e la stampa tridimensionale della pasta
Che la
Barilla sia all’avanguardia rispetto ai pastifici della tradizione nostrana e sempre pronta a testare i vantaggi del progresso tecnologico, pur senza tradire il proprio core business, lo sapevamo già. Ma è con qualche perplessità che accogliamo la notizia, trapelata recentemente sui giornali, che il brand leader dell’industria alimentare italiana starebbe testando, con la società Tno di Eindhoven, la possibilità di utilizzare delle stampanti 3D proprio per la pasta. Con quale scopo? Per esempio, spiega il progettista della Tno, "sorprendere la moglie con una pasta a forma di rosa il giorno dell'anniversario di matrimonio semplicemente salvando il disegno in una chiavetta usb da portare al ristorante dove la stampante 3D provvederà alla stampa" e, in generale, per produrre, in tempi rapidissimi, formati ad hoc nella quantità e nel disegno desiderati.